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Sta per cadere l’ultimo tabù. La sede non più a Siena

Dal 1472. Non è solo la data di nascita del Monte dei Paschi, ma qualcosa di più. Uno slogan che indica una storia in divenire. Siena e la sua banca, «insieme da cinque secoli» come si legge nei cartelloni pubblicitari all’ingresso di ogni filiale cittadina. Adesso qualcosa potrebbe cambiare. Il connubio potrebbe sciogliersi. Nello scenario peggiore, per i senesi, addio al quartier generale di Palazzo Sansedoni, addio anche alla quota del 20% in mano alla Fondazione Mps, considerata la soglia minima per esercitare il controllo sulla banca. A questo arrivano i danni prodotti da una gestione avventurosa.
La Fondazione, depositaria del legame con il territorio ha da sempre tra gli scopi il mantenimento della sede legale e della direzione generale della banca in città. Ma nella bozza del nuovo statuto elaborata dall’avvocato torinese Angelo Benessia, legale storico dell’ente e fino a pochi mesi fa presidente della Fondazione San Paolo, è stato eliminato un paragrafo del terzo articolo, dove sono elencati gli obiettivi dell’ente. «Il mantenimento nella città di Siena delle sede della direzione generale della Banca». Non c’è più. Cancellato.
La deputazione, come qui si chiama il consiglio d’amministrazione della Fondazione, ne ha discusso con toni piuttosto accesi nell’adunanza del 10 gennaio 2013. Non è solo questione di campanile. L’assenza di quel paragrafo che vincola la sede legale al territorio consente molto più facilmente la possibilità di sposare la banca con un altro istituto. La bozza è pronta. E c’è poco tempo per approvarla. Lo statuto rivisto e corretto deve avere l’ok della deputazione entro la fine di febbraio, così da poter ottenere entro aprile il via libera dal Tesoro, che ha 60 giorni per dire la sua e chiedere correzioni o integrazioni. Agli inizi di maggio infatti parte il complesso iter delle nomine in vista dell’elezione della nuova deputazione prevista tra fine luglio e inizio agosto.
Quel paragrafo di una riga e mezzo contiene il nodo politico alla base di questa storia. E proprio per questo sta suscitando mal di pancia e tentativi di recupero. La partita si gioca sullo stretto controllo esercitato sulla Fondazione Mps dagli enti locali, con otto membri su 17 nominati dal Comune, cinque dalla Provincia, uno dalla Regione. Una anomalia, segnalata da molti addetti ai lavori. Dai verbali di gennaio è evidente come all’interno dell’ente siano della stessa opinione, seppur formulata con toni più morbidi: «Occorre qui valutare la possibilità di rimeditare la disciplina statutaria, al fine di superare il corrente disallineamento rispetto alla vigente normativa».
Il passaggio successivo rivela una certa urgenza. Il ministero del Tesoro ha già fatto sapere in via informale al presidente uscente, Gabriello Mancini, che non tollererà una deputazione nominata con i vecchi criteri. Nel verbale dell’adunanza la mettono così: «Non si può escludere» che la stagione delle revisioni degli statuti delle Fondazioni secondo la «Carta» decisa dall’Acri (l’associazione delle Fondazioni) induca il ministero «a un intervento d’autorità in assenza di una iniziativa della Fondazione sul tema in questione, probabilmente troppo “sensibile” per confidare su tacita tolleranza».
La bozza Benessia prevede un intervento drastico sul numero dei membri nominati dagli enti locali. Da 14 che erano dovrebbero scendere a otto. La scelta degli altri sei andrebbe affidata alle associazioni e alle camere di commercio. La Fondazione non ha preso bene le novità, a cominciare dal paragrafo mancante. La bozza è stata rimandata al mittente.
Tra l’incudine di Benessia e il martello del Tesoro, la Fondazione ha poco margine di manovra. Anche perché è consapevole di vivere il momento peggiore della sua storia. Viene messa per iscritto anche la «necessità di procedere ad ulteriori dismissioni» per evitare le casse vuote entro la seconda metà del 2013. Ma siccome da vendere resta ormai poco, anche un altro tabù sembra destinato a infrangersi. Per quanto ammaccata, Banca Mps rappresenta l’asset con le maggiori potenzialità e dunque non resta che cedere le quote. «Uno scenario che determinerà sicuramente una discesa al di sotto del livello del 20%».
Dal 1472. Ma è ben difficile che possa rimanere uguale a se stessa per altri cinque secoli.

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