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Srl estinta, da accertare la responsabilità soci

Se l’amministrazione intende ribaltare sugli ex soci di una società di capitali estinta la propria pretesa erariale, è tenuta ad accertare che gli stessi abbiano effettivamente riscosso delle somme in sede di liquidazione e, soprattutto, gli atti di accertamento e riscossione devono essere formati nei confronti delle persone fisiche; di contro, se l’accertamento è rivolto alla società e notificato a quest’ultima e al liquidatore, in un momento successivo all’estinzione dell’ente, non può essere invocata alcuna responsabilità in capo agli ex soci.

È quanto afferma la Ctr di Milano nella sentenza n. 416/05/17.

L’Agenzia delle entrate notificava un avviso di rettifica a una società di capitali, precedentemente cancellata dal registro imprese: l’atto era rivolto alla società e veniva notificato presso l’ultima sede. La Ctp di Milano annullava l’avviso di rettifica, poiché rivolto e notificato a una società estinta (nel regime precedente all’entrata in vigore del dlgs n. 175/2014, che posticipa l’estinzione dell’ente a 5 anni dalla cancellazione dal registro imprese, ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi). Secondo l’appellante Agenzia delle entrate, tuttavia, i debiti della società cancellata si trasferiscono in capo ai soci e la domanda nei loro confronti deve essere vantata con notifica effettuata presso l’ultima sede, come avvenuto nel caso di specie. La Ctr ha confermato la decisione dei primi giudici ricordando che la responsabilità degli ex soci è limitata alle somme eventualmente riscosse in sede di liquidazione della società e che tale accertamento deve essere eseguito a monte, cioè prima di emanare l’atto impositivo. Viepiù che, proseguono i giudici regionali, l’atto doveva essere formato nei confronti dei soci e notificato a costoro, poiché un soggetto estinto non può essere destinatario dei provvedimenti emanati dall’amministrazione. Inoltre, giova ricordare che non trova applicazione retroattiva l’articolo 28, comma 4, del dlgs n. 175/2014, per cui non poteva neppure invocarsi la conservazione degli effetti di tali atti, entro i 5 anni dalla cancellazione della società. Per tali ragioni, la Ctr ha confermato l’annullamento del provvedimento originariamente impugnato e l’Ufficio finanziario è stato anche condannato alle spese di lite.

Nicola Fuoco

[omissis] L’Ufficio richiama il disposto di cui all’art. 36 del dpr n. 602 del 1973, per il quale i soci, i quali abbiano ricevuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione denaro o altri beni sociali in assegnazione dagli amministratori, o abbiano avuto in assegnazione beni sociali dai liquidatori durante il tempo della liquidazione, sono responsabili del pagamento delle imposte dovute dai liquidatori nei limiti dei valore dei beni stessi, salvo le maggiori responsabilità stabilite dal codice civile.

È, dunque, consentito all’amministrazione di agire in via sussidiaria nei confronti dei soci, salvo quanto previsto dall’art. 2495 c.c. per il quale dopo la cancellazione, i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, la responsabilità dei soci per le obbligazioni fiscali non assolte è limitata alla parte da ciascuno di essi conseguita nella distribuzione dell’attivo nelle varie fasi, cosicché l’Ufficio, il quale voglia agire nei confronti del socio, è tenuto a dimostrare il presupposto della responsabilità di quest’ultimo, e cioè che, in concreto, vi sia stata la distribuzione dell’attivo e che una quota di tale attivo sia stata riscossa ovvero che vi siano state le assegnazioni sanzionate dalla norma fiscale.

Nella fattispecie, tuttavia, solo con l’atto di appello, l’Ufficio dichiara di voler ascrivere ai soci una presunta distribuzione occulta di utili ma tale contestazione non aveva formato oggetto dell’accertamento. Trattasi, quindi, di domanda nuova rispetto alla pretesa effettivamente avanzata nell’atto impositivo impugnato – poiché, il processo tributario, in quanto rivolto a sollecitare il sindacato giurisdizionale sulla legittimità dei provvedimento impositivo, è strutturato come un giudizio di impugnazione del provvedimento stesso, nel quale l’Ufficio assume la veste di attore in senso sostanziale, e la sua pretesa è quella risultante dall’atto impugnato, sia per quanto riguarda il petitum sia per quanto riguarda la causa petendi (Cass. 9810/2014). ( )

Inoltre, contrariamente a quanto affermato dall’Ufficio, nella fattispecie non trova applicazione l’art. 28, comma 4, del dlgs n. 175 del 2014, trattandosi di norma non retroattiva (Cass. n. 5736 del 23 marzo 2016).

È evidente che una società estinta non possa essere destinataria di atti emanati dall’amministrazione e, pertanto, l’appello è inammissibile essendo stato l’avviso di rettifica emesso a carico della società estinta e notificato alla stessa e al liquidatore.

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