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Srl, clausola di prelazione opponibile al terzo acquirente

La clausola di prelazione inserita in uno statuto di Srl ha “efficacia reale” e pertanto è opponibile rispetto al terzo acquirente in caso di cessione della quota effettuata in violazione della clausola stessa, nel senso che il cessionario non entra a far parte della compagine sociale. Deve però escludersi che i soci titolari del diritto di prelazione possano riscattare, dal terzo acquirente, la quota alienata in spregio al diritto di prelazione sancito statutariamente; ad essi spetta “solo” il diritto al risarcimento del danno che dimostrino di avere eventualmente patito. È quanto deciso dalla Cassazione nella sentenza n. 12370 del 3 giugno 2014.
Con la clausola di prelazione i soci di una società si vincolano reciprocamente a preferirsi l’un l’altro nel caso in cui alcuno di essi decida di alienare la propria partecipazione. Si tratta di una clausola che imprime carattere fortemente personalistico alla società nel cui statuto è prevista e che è finalizzata ad impedire che, a far parte della compagine sociale, subentrino soggetti “estranei” alla cerchia dei soci così come originariamente composta.
Della clausola di prelazione esistono diverse varianti: da quella finalizzata ad applicarsi nel solo di compravendita della quota, a quella finalizzata ad applicarsi in ogni caso in cui ci sia una variazione soggettiva nella compagine sociale; da quella per la quale i consoci sono preferiti a parità di condizioni, a quella (cosiddetta “impropria”) per la quale la prelazione può essere esercitata per un prezzo inferiore a quello pagato dal terzo; da quella che si applica a qualsiasi cessione, a quella che si applica solo alla cessioni a estranei. Il giudice di legittimità osserva che la legge (e cioè l’attuale articolo 2469 Codice civile, anteriormente alla riforma del 2003 si trattava dell’articolo 2479) non prevede né regolamenta il diritto di prelazione, bensì lo consente; in altri termini, si tratta di un diritto non di fonte legale, ma di fonte negoziale. Ne deriva che alla inopponibilità (nei confronti della società e dei soci titolari del diritto di prelazione) della cessione della partecipazione sociale conclusa in violazione delle disposizioni statutarie, si aggiunge l’obbligo di risarcire il danno eventualmente prodotto dalla violazione stessa, non anche il diritto potestativo di riscattare la partecipazione nei confronti dell’acquirente.
Il diritto di riscatto non costituisce, invero, un rimedio generale in caso di violazione di obbligazioni contrattuali, bensì una forma di tutela specificamente apprestata dalla legge nel conformare i diritti spettanti ai titolari di diritti di prelazione che essa stessa prevede. Non vi è dunque spazio (come preteso dal ricorrente) per ricorrere ad un’applicazione analogica, nella fattispecie in esame, del diritto di riscatto previsto dall’articolo 732 del Codice civile a favore dei coeredi: ciò anche in considerazione del fatto che, oltre i confini oggettivi stabiliti dalla convenzione statutaria limitativa, opera la regola generale, posta dall’articolo 2479 del codice civile (applicabile ratione temporis nella causa oggetto di giudizio di legittimità), della libera trasferibilità della quota sociale.

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