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Squinzi: “Un solo livello contrattuale basta con i doppi costi per le aziende”

Fine del contratto nazionale. Nella sua ultima relazione da presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi diventa un “falco” delle relazioni industriali. Sposa una proposta che è molto simile a quella del fuoriuscito Sergio Marchionne: un solo livello contrattuale (almeno per la parte retributiva), preferibilmente quello aziendale. Chiede ai sindacati di chiudere il cerchio della riforma delle relazioni sociali, dopo l’intesa sulla rappresentanza, ma finisce per provocarne la spaccatura, con Cisl e Uil pronte a condividere un cambio di stagione e con la Cgil di Susanna Camusso, invece, che replica: «La ricetta di Squinzi vuol dire riduzione dei salari». Difficile, allora, con importanti rinnovi contrattuali alle porte che si arrivi alla riforma.
D’altra parte quando il presidente lancia la sua proposta gli applausi dalla platea dell’Auditorium dell’Expo di Milano, dove in via straordinaria si è svolta l’assemblea annuale degli industriali, non sono arrivati. Eppure era questo il cuore della relazione. Ma i confindustriali su questo sono storicamente divisi. I piccoli (oltre il 90% degli iscritti) non vogliono abbandonare il contratto nazionale per non aprire le porte delle loro aziende ai sindacati; i grandi soffrono il peso del doppio livello contrattuale (nazionale e aziendale) e spingono per una semplificazione del modello, pensando alla Fca di Marchionne. Anche se Squinzi non l’ha detto, l’idea che sottende la proposta sui contratti è quella di rendere possibile la derogabilità dei minimi nazionali. Per ora (e lo si fa largamente) è consentito, infatti, derogare al contratto nazionale per tutte le materie fuorché per la parte retributiva. Il governo ha scelto di non scendere in campo, tanto che la soluzione per introdurre in via sperimentale e solo per i lavoratori non coperti dal contratto nazionale, il salario minimo legale (come prevede il Jobs act) sarà individuata tenendo conto delle osservazioni dei sindacati.
Sì, certo alla fine della sua relazione Squinzi, che ha parlato anche di una pressione fiscale a livelli «intollerabili », si è preso la standing ovation dei suoi elettori (mancava, e si è notato, Luca di Montezemolo, unico tra gli ex presidenti). Ma la conversione, ancorché a malavoglia, al renzismo del leader degli industriali è apparsa a molti in sala come un segno di resa al governo. Così è stata letta la frase: «Oggi non ho richieste né intendo lamentarmi con il governo di alcunché. Gli chiedo semplicemente di non smarrire la determinazione ». Non c’è dubbio che gliindustriali abbiano ottenuto molto di ciò che chiedevano (dal superamento dell’articolo 18 alla riduzione dell’Irap), e la ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, non ha mancato di ricordarlo, ma decidere di non chiedere più nulla è apparsa quasi una rinuncia al proprio ruolo di lobby. Tanto che gli applausi veri sono arrivati quando Squinzi ha criticato la legge sul falso in bilancio e quella sugli ecoreati. O quando ha parlato della «manina anti- impresa che ogni tanto si esercita nelle pieghe dei provvedimenti». Dunque una Confindustria in cerca di una rinnovata identità, dal rapporto con il governo (ieri non c’era il premier Renzi: «A Squinzi ho mandato un messaggio di affetto e stima – ha detto in serata – ma non sono portato per certe assemblee, c’è bisogno di fare le cose e non assemblee e iniziative») a quello con i sindacati. La corsa per la successione di Squinzi si sta aprendo. Se Gianfelice Rocca, presidente della potente Assolombarda, decidesse di candidarsi non avrebbe rivali. Per ora tentenna e allora tutti si sentono candidabili.
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