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Squinzi: torniamo alla politica industriale

ROMA — «Da questo momento dobbiamo metterci a lavorare con serietà, il momento è difficile, il Paese deve tornare a crescere, a fare politica industriale». Giorgio Squinzi chiude con queste parole un lungo periodo di lotte interne su programmi e poltrone. E lo chiude con un risultato migliore delle premesse. Alla seconda votazione di giunta (su squadra e programma) incassa 102 voti favorevoli su 150 presenti e su 187 aventi diritto. I voti contro si riducono a 21 rispetto agli 82 di marzo però gli astenuti sono 22 e 5 quelli che hanno ritirato la scheda ma non hanno votato. Roba da Dc anni Sessanta, si commenta nei corridoi.
Affiancato dal direttore generale Giampaolo Galli, il nuovo presidente di Confindustria (ma lo diventerà solo il 23 maggio con l’ok dall’assemblea privata), dimostra da subito il suo stile, sobrio e di poche parole: «Alla base di tutto c’è la semplificazione normativa e burocratica». E mentre il suo cellulare continua a squillare, scherza col governo che «ha copiato il nostro programma», avendo saputo che in mattinata Monti aveva puntato anche lui sulla semplificazione.
Le ferite con i dissidenti di «Impresa al centro» per un po’ ancora resteranno, non era mai successo nella storia confindustriale che anche nella seconda votazione di giunta si arrivasse alla conta con cene tattiche fino alla sera prima al Majestic (bombasseiani) e al Bernini (squinziani). Alberto Bombassei, che ha dichiarato di essersi astenuto, minimizza: «Nessuna spaccatura, chi ha vinto deve fare il presidente e nessuna corrente solo un gruppo di pensiero che voleva dare il suo contributo».
In giunta sono intervenuti nelle dichiarazioni di voto Stefano Parisi e lo stesso Bombassei e tra gli squinziani Luigi Abete. Il Veneto ha votato alla fine per Squinzi dopo aver negoziato due incarichi di prestigio. Tra i racconti di chi era presente svetta l’attivismo dell’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni che a un certo punto, per accorciare la discussione, si è impossessato del computer che controlla le slide facendo apparire sullo schermo: «Viva Confindustria unita!». Nel programma letto da Squinzi si parla di «robusta sferzata all’economia», della necessità di tornare a fare «politica industriale» e dell’impegno a presentare entro maggio un «manifesto programmatico di azioni concrete», del rafforzamento degli uffici di Bruxelles, di «riaffermare la funzione sociale dell’impresa» con relazioni industriali definite uno «straordinario veicolo per innovare» ma senza alcun accenno all’articolo 18.
La squadra dei vicepresidenti votata ieri prevede Stefano Dolcetta alle Relazioni industriali, Aurelio Regina allo Sviluppo e all’energia (primo romano dopo molti anni ad avere un ruolo importante), Fulvio Conti al Centro studi, Diana Bracco confermata alla Ricerca, Gaetano Maccaferri alla Semplificazione, Antonella Mansi all’Organizzazione, Aldo Bonomi confermato alle Reti d’impresa, Ivan Lo Bello all’Education, Alessandro Laterza per il Mezzogiorno. Di diritto entrano Vincenzo Boccia (Pmi) e Jacopo Morelli (Giovani) poi i comitati tecnici con Andrea Bolla (Fisco), Paolo Zegna (Estero), Salomone Gattegno (Sicurezza), Edoardo Garrone (Ambiente), Lisa Ferrarini (made in Italy). E poi i delegati Antonello Montante, confermato alla Legalità, e Giuseppe Recchi per gli Investitori esteri. Grandi attese su Carlo Pesenti che guiderà il comitato per rinnovare Confindustria chiesto da Bombassei.

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