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Squinzi: “Nuovi contratti senza aumenti salariali”

ROMA – Contratti nazionali anche senza aumenti salariali. È questo — nei fatti — uno dei punti del “pentalogo” di Confindustria per la riforma dei contratti. Un documento smilzo di mezza pagina, con le linee guida di Viale dell’Astronomia per le categorie impegnate nei rinnovi degli accordi nazionali. Proprio ieri i sindacati dei chimici (170 mila addetti) hanno avviato il confronto con Federchimica e Farmindustria. Alimentaristi e poi i metalmeccanici sono pronti a partire. Il documento è stato varato nei giorni scorsi dal comitato sindacale di Confindustria sulla base di un decalogo precedentemente approvato dal comitato di presidenza cui fa da sfondo un “position paper” ben più ambizioso sul piano analitico intitolato “Relazioni sindacali e assetti della contrattazione collettiva.”.
I cinque punti di Confindustria prevedono: l’attuazione del Jobs act, la non introduzione di un terzo livello di contrattazione territoriale, la centralità del contratto nazionale, i minimi tabellari fissati dal contratto nazionale tenendo conto dell’indice Ipca (prezzi al consumo armonizzati a livello europeo e depurati dalla componente energetica) ma con verifica ex post delle variazioni dello stesso indice. Per cui in caso di inflazione in discesa (ieri l’Istat ha certificato a settembre un calo dello 0,4% su agosto e un incremento dello 0,2% sull’anno anziché del +0,3% della stima preliminare) si finisce per non riconoscere alcun incremento retributivo. Questo è l’effetto della deflazione, tanto che proprio gli imprenditori della chimica (settore a cui appartiene il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi) hanno chiesto indietro ai lavoratori 79 euro perché gli incrementi del precedente accordo erano stati fissati sulla base di una previsione di inflazione che è risultata più bassa di quella reale. Il quinto punto del documento confindustriale, infine, riguarda la valorizzazione della contrattazione del welfare aziendale.
Dunque un documento a maglie larghe, decisamente asciutto e anche deludente rispetto agli annunci che erano stati fatti da Squinzi. Ma dopo il fallimento, praticamente ancor prima di iniziare, del confronto con Cgil, Cisl e Uil gli industriali stanno cercando di riallacciare i fili con le loro controparti sindacali per evitare l’intervento del governo sulla contrattazione e la rappresentanza. Ieri Squinzi ha detto di essere pronto a ripartire se i sindacati dovessero condividere il “pentalogo”. Ipotesi, per ora, remota. Almeno stando alla risposta del leader della Cgil, Susanna Camusso: «Squinzi dice che è disposto a discutere con noi, che potrebbe riaprire il tavolo sui contratti, se accettiamo il suo pentalogo. Noi rispondiamo che senza congrui aumenti salariali non è possibile riaprire il tavolo». Certo c’è della tattica, ma pure una visione diametralmente diversa di come siano andate le cose, sotto il profilo della distribuzione del reddito, negli anni della lunga recessione. Secondo i sindacati si sono allargate le differenze e accresciute le diseguaglianze, ridotto progressivamente il potere d’acquisto delle retribuzioni. Secondo l’analisi di Confindustria si è assistito anche ad un altro fenomeno. «Non risponde alvero — è scritto nel “position paper” — l’opinione diffusa che in Italia i lavoratori siano stati penalizzati a vantaggio dal reddito di impresa. La questione salariale, intesa come insoddisfacente crescita del monte salari, dipende dall’arretramento del reddito del Paese e non da una penalizzazione del fattore lavoro, che anzi è stato avvantaggiato». La tesi di Confindustria è che a fronte di un andamento della produttività molto più basso rispetto a quello degli altri Paesi europei (nel periodo 2000-2014 abbiamo registrato un + 10,8% contro un +32,5% della Germania e un +39,5% della Spagna), la dinamica dei salari reali in Italia è stata molto simile a quella di Spagna e Germania, «addirittura superiore negli anni di crisi: +26,2% la variazione cumulata tra il 2000 e il 2014, contro rispettivamente un +21,8% e un + 21%». Salari, quindi, slegati secondo Confindustria dall’andamento reale dell’economia. Nasce anche da qui la proposta di un nuovo modello di contrattazione nel quale il contratto nazionale pur essendo formalmente riconosciuto come centrale dimagrisce molto a vantaggio, nelle imprese che la fanno, della contrattazione di secondo livello «virtuosa», ancorata a parametri di produttività e redditività.
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