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Squinzi: lo spread non è colpa nostra

LUCCA — «Ricucire». Gliel’hanno detto tutti, in tutti i modi, pubblicamente e nelle telefonate private. Non proprio tutti convinti che di rammendabile, almeno a breve, abbia davvero lasciato granché, ma insomma: lui è il presidente degli imprenditori, deve prendere atto che quando parla ormai è sempre a nome loro, e quelle sue sparate contro il governo di Mario Monti non si può dire siano condivise. Neppure dalla maggioranza di chi a maggio votò per lui. Così arriva a Lucca, il numero uno di Confindustria, e prima ancora di infilarsi all’assemblea locale rettifica il tiro. Non smentisce le parole — a partire dai due passaggi clou: la «macelleria sociale» e il sonoro «5» appioppato in pagella all’esecutivo — che sabato lo hanno visto flirtare con il segretario della Cgil Susanna Camusso, attirandogli l’ira del premier e la sfiducia dei colleghi industriali. Le reinterpreta, però. Dal momento che, dice Squinzi, «sono state decontestualizzate», la lettura riveduta e corretta ora dà questa sintesi: di tutte le riforme avviate, solo quella del lavoro «non abbiamo apprezzato», ma sulla somma del lavoro di Palazzo Chigi in Viale dell’Astronomia nessuno ha mai avuto dubbi, «il professor Monti e il suo governo hanno ridato al Paese la credibilità che negli ultimi tempi avevamo perso».
Eccolo. L’ha detto, quello che da due giorni in Confindustria chiunque gli consigliava, lo pregava, pretendeva dicesse. Non solo i big, e non solo i manager di Stato suoi grandi elettori, ma anche i «piccoli», grati alla spending review che allontana lo spettro dell’aumento Iva, e che hanno avvertito qualche brivido sulla «macelleria sociale» concessa alla Camusso con cui guerreggiano per contratti a termine e licenziamenti senza articolo 18. Si può sottilizzare sul fatto che Squinzi abbia usato sempre la prima persona plurale — «noi», «Confindustria» — e una sola volta la prima singolare. Ma è quanto gli si chiede: parlare e dunque ragionare a nome degli imprenditori.
Istituzionalmente. E quando dice «io», in fondo, è perché comunque un piccolo sassolino tutto personale da toglierselo ce l’ha. Monti ha letto davanti alle telecamere l’elenco delle «leggerezze irresponsabili» che, non venendo da un bar ma dalla prima associazione d’imprese o dalla sua presidenza (per restare a quella di Squinzi: prima della «macelleria sociale» c’erano state «la boiata» e «l’abisso, lo scenario da guerra»), «fanno male allo spread e dunque alle imprese». Così ci sta che, ora, lui risponda: «Non credo siano le mie dichiarazioni a far salire lo spread. Sono le condizioni del Paese».
Già. Ma in questo Paese ci stiamo tutti. E allora, per tornare a sabato, non c’è nessun flirt, «nessun asse» tra la Confindustria e la Cgil dello sciopero generale. «Sono solo un uomo del dialogo. Se tutti siamo sulla stessa barca, tutti dobbiamo collaborare». Vale rispetto a Camusso. Vale, ci mancherebbe, rispetto al governo. Tutte queste polemiche Squinzi non le capisce, «onestamente non me le aspettavo: sono basate su frasi decontestualizzate». Insiste che «il discorso era diverso, mi dispiace sia andata così. Siamo stati i primi a sostenere la spending review: va nella giusta direzione. Lo stesso apprezzamento abbiamo dato a riforma delle pensioni e decreto sviluppo: è un primo passo. Non abbiamo apprezzato, certo, la riforma del lavoro: ma accogliamo l’invito che ci ha rivolto il ministro Elsa Fornero, siamo qui per collaborare».
Si vedrà. Si vedrà se è sufficiente a cominciare, almeno, a ricucire uno strappo mai visto (per dire: nessuna telefonata, nemmeno ieri, con Monti). E non solo con il governo: lacerata è anche Confindustria, a rischio rappresentatività il suo presidente. Non a caso, forse, ieri a Lucca si è limitato a quelle poche frasi «a margine» ma nell’intervento pubblico non ha sfiorato alcun tema polemico. Meglio il rifugio degli alti ideali «di europeista convinto». Ed è vero, l’arte oratoria non è il forte di Squinzi. Applausi, comunque, nessuno.

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