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Squinzi: Fisco ormai insostenibile

Per la sua Prima, assenti il premier Mario Monti e l’amministratore delegato del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, ha ricevuto trenta secondi di applausi finali e una standing ovation, riservata però ai personaggi ricordati, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma nel pur grande salone dell’auditorium di Roma dove ieri Giorgio Squinzi ha esordito alla presidenza di Confindustria con la sua prima relazione, non c’era spazio per cerimonie e sorrisi.

La crisi incalza, le imprese chiudono i battenti e il patron della Mapei, da capo degli industriali e numero uno di un’associazione che attraversa un momento di grande difficoltà come il resto del paese, ieri ha chiesto al governo di ridurre subito, l’ormai intollerabile peso del fisco e della burocrazia. «Il nostro primo compito è arrestare l’emorragia e restituire fiducia», ha detto Squinzi rivolto a una platea di colleghi, ministri (c’erano tra gli altri i titolari dello Sviluppo economico, Corrado Passera, della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi e il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli) e politici con uno strano gioco delle coppie che vedeva i segretari di Pd e Pdl, Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano, seduti fianco a fianco, o il vicepresidente della camera e presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, accanto al presidente della Ferrari e leader in pectore dei moderati Luca Cordero di Montezemolo. «L’emorragia si misura con le decine di migliaia di imprese che non sono sopravvissute, con gli oltre 2,5 milioni di persone che non trovano lavoro, con il senso di sgomento che attraversa il paese», ha ricordato Squinzi, ventinovesimo presidente di viale dell’Astronomia e successore di Emma Marcegaglia. «Dobbiamo fermare questa emorragia, dobbiamo ridare speranza». Speranza nell’Europa e nella moneta unica, perché «il rischio che l’intero progetto si indebolisca o addirittura si sgretoli è reale» e serve invece una «casa comune europea per il fisco, per il welfare, per le infreastrutture e l’energia». Ma anche speranza che le riforme in Italia servano per affrontare l’emergenza e poi pianificare il futuro. L’emergenza fisco, prima di tutto. Ormai, ha ricordato il presidente degli industriali «nel 2011 il total tax rate, incluso di tutte le tasse e i prelievi gravanti su una piccola impresa tipo ha raggiunto il 68,5%, contro il 52,8% in Svezia, il 46,7% in Germania e il 37,3% nel Regno Unito». Una «zavorra intollerabile», ha avvertito il numero uno di viale dell’Astronomia, che si somma all’insostenibile pesantezza di una burocrazia che soltanto per gli adempimenti «costa alle imprese 45 miliardi in più rispetto ai migliori esempi d’Europa». Ecco perché è urgente utilizzare gli incassi della lotta all’evasione per ridurre le imposte sulle imprese e sul lavoro, perché è importante non introdurre «nuovi balzelli o tasse fantasiose che creerebbero soltanto incertezza e sfiducia». Il debito, secondo Squinzi, va ridotto a colpi di privatizzazioni, liberalizzazioni e valorizzazione del patrimonio pubblico. E soprattutto occorre far seguire alla spending review a parole un’azione concreta, cioè tagli veri alla spesa improduttiva, perché «gli italiani stanno sopportando grandi sacrifici e non capiscono perché l’azienda Stato non possa risparmiare come risparmia l’impresa nella quale lavorano, come stanno risparmiando le loro famiglie», ha detto Squinzi tra gli applausi qui più convinti. Non è mancata una critica forte per una riforma del mercato del lavoro «che appare meno utile alla competitività del paese e delle imprese di quanto avremmo voluto e che modifica il sistema non sempre in modo convincente». Per il resto, ricette più o meno note, come l’accelerazione dei pagamenti dello Stato verso le imprese, l’apertura dei rubinetti del credito, gli investimenti in ricerca e istruzione la realizzazione di opere pubbliche, con il miglioramento e il potenziamento dell’esistente e più spazio per l’innovazione e l’economia digitale. Oltre alla certezza che questi anni di presidenza degli industriali, cioè i prossimi 4 saranno «ancora più duri di quelli molto duri della presidenza della cara Emma »(Marcegaglia) alla quale Squinzi ha tributato il riconoscimento di «avere mantenuto Confindustria come autorevole punto di riferimento». Dato a Emma quel che è di Emma, e al presidente della repubblica Giorgio Napolitano «un significativo ringraziamento», è stato Passera a riconoscere i meriti dell’industria che ha resistito a un anno difficilissimo, a ad ammettere che «in Italia c’è evasione fiscale ma ci sono tanti che pagano e pagano troppo perché tanti» non fanno il loro dovere. Poi, il ministro dello Sviluppo ha ricordato «il miracolo che Mario Monti ha fatto in questi mesi in termini di presenza convinta e credibile, qualche cosa che non è misurabile nel breve periodo ma ha rimesso l’Italia doveva doveva stare. Abbiamo evitato il commissariamento». Passera ha aggiunto di augurarsi che «tra 2 – 3 anni, tra soldi pubblici, risorse private, interventi regionali ben orchestrati, si possano avere ulteriori progetti di opere e infrastrutture per altri 100 miliardi di euro». E ha spiegato che entro l’estate sarà creata una task force permigliorare la vita delle imprese».

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