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Squinzi: ecco la nuova Confindustria E frena la corsa (anticipata) al voto

Finora è riuscito a conciliare tutto: la Mapei, Confindustria, il privato. Continuerà a farlo. Anche se gli impegni, e importanti ragioni personali oltre che aziendali, rendono effettivamente l’esercizio sempre più faticoso, difficile, complicato. Perciò nei corridoi di Confindustria, al centro come in periferia, da settimane si rincorrevano le voci. Giorgio Squinzi lascia. Non lascia. Fa un passo indietro. Resta. 
Gli equivoci (e qualche veleno) li ha sgombrati lui ieri. Ha presieduto regolarmente l’assemblea privata. È durata un’ora (record di velocità), e i pochi interventi dopo la relazione sono stati tutti all’insegna dei ringraziamenti «per quello che nella sua presidenza ha fatto». Così, come se l’esperienza fosse, appunto, già alle battute finali. Mentre Squinzi aveva già implicitamente chiarito che non è nelle sue intenzioni. Davanti ha ancora un anno, e nel pur breve discorso di ieri ha delineato in modo chiaro un programma. Lo stesso che approfondirà quando, giovedì 28 maggio, guiderà la riunione pubblica in una cornice cui tiene moltissimo: l’assise lascerà la capitale per spostarsi sul palcoscenico milanese di Expo 2015.
I rumors raccontavano che giusto da lì, dall’Esposizione universale per cui Confindustria si è impegnata dall’inizio, il presidente avrebbe potuto annunciare il supposto passo indietro. Si immaginava anche il copione: prima la relazione, che tra l’altro sottolineerà il passaggio alle nuove regole disegnate dalla «riforma Pesenti» (Carlo), poi l’assist che proprio l’entrata in vigore della riforma gli avrebbe offerto per comunicare il passaggio anticipato del testimone. Dopodiché, si diceva, l’imperativo di evitare una lunga vacatio avrebbe portato a fissare la nomina del successore in un periodo in cui, normalmente, a cominciare sono le campagne elettorali: ottobre.
Non andrà in questo modo. Ma in tanti se ne sono resi conto solo ieri. E in sotterranea la partita era già cominciata. Con undici giocatori già scesi in proprio o messi da altri in campo (solo un paio con un pedigree o un cognome famoso: Carlo Pesenti e Antonella Mansi, ma non Gianfelice Rocca che si sarebbe chiamato fuori). E un dodicesimo seduto tranquillo in panchina, ad attendere che il prevedibile caos crei l’occasione per uno sperimentato «pacificatore-regista».
Tale è, in effetti, Luigi Abete. È lui, ex presidente, a osservare (per ora basta) dietro le quinte. Come peraltro aveva già fatto in precedenti elezioni complicate. E queste, anche se non si andrà al voto anticipato, comunque lo saranno. Quanto meno per l’affollato parterre di aspiranti. Ai nastri sono segnalati: Vincenzo Boccia, che ha appena inviato a tutto il sistema una lunghissima lettera sui meriti dell’accordo Confindustria-Abi (da lui siglato); Stefano Dolcetta, il «vice» per le relazioni industriali che punta sul ruolo nella riforma del Jobs act; la torinese Licia Mattioli, che prova per contro a interpretare il pensiero di una Fca in realtà indifferente a viale dell’Astronomia; il presidente degli emiliani Maurizio Marchesini e il suo opposto modenese Marco Bonometti, schieratissimo versus quelli che definisce «professionisti dell’associazionismo»; Alessandro Laterza, candidato di bandiera di un Sud che si sente tagliato fuori; Pippo Zigliotto, espressione del più tipico movimentismo veneto; Gaetano Maccaferri, bolognese, vicepresidente non così assiduo all’Eur; Aurelio Regina, che sarebbe dovuto essere l’uomo forte di Squinzi ma ha sbagliato i calcoli e si è dovuto presto dimettere. Tutti, da ieri, sanno che il calcio d’inizio è rinviato. E per i più non sarà un vantaggio.

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