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Squinzi apre il fronte contratti e spinge per il modello aziendale “Salari legati alla produttività”

La Confindustria apre il fronte dei contratti. «Servono regole radicalmente nuove della contrattazione collettiva», ha detto ieri il presidente, Giorgio Squinzi, nel suo discorso all’assemblea annuale privata degli industriali (quella pubblica si terrà a Milano all’Expo il 28 maggio). «Bisogna rivedere il modello contrattuale — ha spiegato Mr. Mapei — per assicurare la certezza dei costi, la non sovrapponibilità dei livelli di contrattazione e legare strettamente retribuzioni e produttività ». Dietro queste parole c’è un progetto chiaro della Confindustria: rendere il contratto nazionale e quello aziendale alternativi tra loro dal punto di vista economico. Il contratto nazionale fisserà gli aumenti nelle imprese senza contrattazione aziendale; il contratto di secondo livello in quelle (in genere le più grandi che sono anche le più sindacalizzate) nel quale si fanno gli accordi. La funzione del contratto nazionale resterebbe comune solo per quel che riguarda gli aspetti normativi. Non è il modello Fca di Sergio Marchionne perché lì il contratto aziendale ha sostituito tutto, ma è qualcosa che si muove in quella direzione. E che allarma la Fiom di Maurizio Landini: «Dopo cinque anni passa la linea della Fiat. Con l’introduzione del salario minimo legale e la legge sulla rappresentanza che ha in mente il governo Renzi il disegno sarà completato: fine del contratto nazionale. Ma noi non ci stiamo». Ci stanno invece la Cisl e la Uil a cambiare le regole del gioco. «Raccogliamo positivamente l’apertura del presidente della Confindustria per rilanciare la competitività e la produttività delle imprese italiane, rendendo peraltro più solide le buste paga dei lavoratori », ha detto Annamaria Furlan, segretario della Cisl. E Carmelo Barbagallo, leader della Uil: «Confindustria è pronta? Era ora. Noi abbiamo già definito la nostra proposta due mesi fa». Che prevede gli aumenti nazionali legati al Pil. «Facciamo il tifo perché le parti lavorino bene», è stato il laconico commento del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.
La partita è solo all’inizio. Ma la mossa di Squinzi (per quanto le proposte fossero già contenute in un documento elaborato l’anno scorso) fa pensare che per i prossimi rinnovi contrattuali nell’industria, dai chimici ai metalmeccanici la strada è a dir poco in salita. Sembra scontato, a questo punto, che prima di avviare le trattative gli industriali vorranno cambiare i meccanismi della contrattazione. Dunque l’ipotesi di una moratoria contrattuale di cui in questi mesi si è parlato dietro le quinte potrebbe cominciare a concretizzarsi. D’altra parte gli industriali chimici (ai quali appartiene lo stesso Squinzi) hanno già detto ai sindacati che ciascun lavoratore dovrà restituire 79 euro in media, dato lo scarto che c’è stato tra l’indice Ipca (l’inflazione attesa al netto di quella importata) sulla base del quale sono stati fissati i precedenti aumenti e l’inflazione reale. Anche per i metalmeccanici (il contratto scade a fine anno) si parla mediamente di 76 euro da restituire. Insomma in tempi di deflazione il vecchio modello mostra la corda.
E c’è un altro tassello che completa il quadro. Nel Jobs Act è prevista l’introduzione in via sperimentale e solo per alcune categoria di lavoratori (quelli non coperti dalla contrattazione nazionale) del salario minimo legale. L’Italia è uno dei pochi paesi europei che non ce l’ha. La funzione del salario legale è stata esercitata nel nostro sistema di relazioni industriali dal contratto nazionale sottoscritto dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Entro giugno il ministro Poletti, ha assicurato che saranno approvati i relativi decreti. L’arrivo del salario minimo, per quanto con tutti i limiti inseriti nella delega, può davvero rappresentare il “cavallo di Troia” nel sistema contrattuale.
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