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Spuntano le ombre cinesi sugli «affari» di Wall Street

Non sono anni facili per le banche d’investimento americane. Delle cinque che per decenni hanno dominato Wall Street – Bear Sterns, Lehman Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e Goldman Sachs – sono sopravvissute solo le ultime due. E tra cause civili, procedimenti penali, multe e sanzioni, la reputazione di queste ha sofferto non poco.
Finora le accuse peggiori erano però state di manipolazione del mercato o frode. Adesso invece è emerso che le due banche superstiti hanno tratto beneficio da quello che il New York Times ha dipinto come il più straordinario episodio di corruzione della recente storia cinese.
Ci riferiamo alla vicenda dell’enorme patrimonio che, secondo il quotidiano, l’attuale premier cinese Wen Jiabao avrebbe accumulato attraverso vari membri della propria famiglia. Patrimonio stimato attorno ai 2,7 miliardi di dollari e in grossa parte legato a Ping An, un gigante finanziario-assicurativo cinese da 40 miliardi all’anno di fatturato.
Stando al New York Times, tutto ha inizio nel 1998, dopo la crisi finanziaria asiatica, quando i regolatori di Pechino decidono di introdurre misure che avrebbero imposto lo scorporo di Ping An, un’ex società pubblica che negli anni precedenti si era fortemente indebitata.
Nel 1999, con la società quasi sull’orlo dell’insolvenza, il suo amministratore delegato e maggiore azionista, Ma Mingzhe, decide di tentare il tutto per tutto e lanciare una campagna lobbistica per convincere i decision-makers di Pechino a lasciare intatta la sua creatura. Il primo a essere preso di mira è Wen Jiabao, all’epoca vice-primo ministro e capo dell’organo di controllo del mercato bancario e assicurativo cinese.
Oltre a lui, l’ad di Ping An inizia a corteggiare anche sua moglie, Zhang Beili. Dopo un loro incontro, Ma Mingzhe apre le porte – e le casse – della sua società ad aziende appartenenti alla famiglia Wen-Zhan.
Nell’aprile 2002, l’organo di vigilanza di Pechino emette un verdetto che più favorevole non poteva essere: non solo viene evitato lo smembramento a Ping An, ma gli si conferiscono altre licenze per operare come trust e casa di brokeraggio. In un mercato altamente regolamentato come quello cinese è l’equivalente di una concessione di battere moneta. E i primi a beneficiarne sono proprio i familiari di Wen che, appena dopo questa decisione, entrano nell’azionariato di Ping An attraverso Taihong, un veicolo amministrato da un amico di vecchia data del vice-premier. A fine dicembre 2002, Taihong compra 160 milioni di titoli a 40 centesimi l’uno, esattamente un quarto di quanto li aveva pagati la banca britannica Hsbc due mesi prima.
Un anno e mezzo dopo, nel giugno 2004, Ping An viene quotata in Borsa a Hong Kong. E la quota di Taihong arriva a valere circa un miliardo di dollari. Per la felicità della famiglia Wen.
Veniamo a Goldman Sachs e Morgan Stanley: nel 1994 le due banche newyorkesi avevano pagato 35 milioni a testa per acquistare poco meno del 10% di Ping An, il più grosso investimento da loro mai fatto in Cina. Cinque anni dopo, nel 1999, stavano però rischiando di perdere tutto. È a quel punto che le banche si sono entusiasticamente unite alla campagna lobbistica di Ma Mingzhe. Il New York Times ha scoperto che nel gennaio del 2000 le due banche avevano inviato una lettera comune a Wen in cui dichiaravano che lo scorporo di Ping An avrebbe «violato la politica cinese di incoraggiamento e protezione degli investimenti stranieri». E sostenevano che loro eventuali perdite in Ping An avrebbero danneggiato «l’immagine della Cina».
Sia Goldman Sachs sia Morgan Stanley hanno dichiarato di non essere mai stati consapevoli del fatto che dietro a Taihong si nascondessero familiari dell’allora vice-premier. O che la società assicurativa di cui erano azionisti aveva assegnato un lucroso contratto a una società del figlio di Wen proprio quando le autorità dovevano prendere una decisione sullo scorporo.
Resta il fatto che per le due banche americane l’attività di «lobbying» di Ma Mingzhe ha trasformato un possibile salasso in un affare straordinario. Nel 2006 sono infatti riuscite a vendere le loro quote in Ping An con un profitto del 1.400 per cento. Ciò che avevano pagato 35 milioni, è stato infatti venduto a 502.
Insomma, alla fine è andata bene a tutti. A Ma Mingzhe, alle due banche newyorkesi, al leader cinese e alla sua famiglia. Potrebbe averne risentito solo l’immagine della Cina. Ma di quella nessuno sembra essersi più preoccupato.

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