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Spunta la sterilizzazione dell’Iva per frenare i rincari delle bollette

Per fronteggiare i forti rincari delle bollette previsti per l’autunno, che secondo il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, viaggerebbero al momento attorno al 40% per l’elettricità e al 31% per il gas, il governo studia un intervento sulla componente fiscale pagata dai consumatori del mercato tutelato (famiglie e microimprese) con le tariffe dell’energia. L’opzione principale sul tavolo del ministero dell’Economia sarebbe infatti quella di una sterilizzazione dell’Iva in relazione all’incremento tariffario. Tra le alternative in esame c’è anche un intervento una tantum per ridurre gli oneri in bolletta, come fatto a luglio. In ogni caso si sta accelerando per una misura urgente da approvare prima dei rincari che scatteranno il 1° ottobre e un veicolo utile potrebbe essere l’eventuale decreto fiscale di cui si parla da alcune settimane.

Nell’ultimo aggiornamento la componente fiscale, considerando anche le accise (2,8 cent di euro rispetto ai 22,8 centesimi complessivamente pagati per kilowattora), pesava per il 12-13% sul totale della bolletta. Intervenire su questo fronte sarebbe una scelta analoga a quella appena fatta dal governo spagnolo, anche se non si possono immaginare obiettivi ugualmente ambiziosi (il premier spagnolo Sanchez ha promesso di riportare i costi ai livelli del 2018). La sterilizzazione potrebbe applicarsi neutralizzando l’Iva sulla differenza del costo dell’energia tra l’ultima quotazione e quella del 1° ottobre. Una sterilizzazione dell’Iva indiretta potrebbe invece replicare quanto avvenne nel 2008 di fronte al caro-carburanti, con la compensazione del maggior gettito Iva con contestuale riduzione delle aliquote di accisa.

Le fonti interpellate dal Sole 24 Ore mantengono comunque una certa cautela in considerazione della delicatezza dell’operazione su cui, in queste ore, sono in corso varie riunioni. Un primo confronto si è però tenuto due giorni fa tra il ministro dell’Economia, Daniele Franco, il presidente dell’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente (Arera), Stefano Besseghini, e la Ragioneria generale dello Stato per cominciare a delineare il perimetro di un possibile intervento. La discesa in campo del Mef conferma l’assoluta urgenza del dossier e la volontà di provare a mettere in campo da subito una contromisura per attutire l’impatto dei rincari, i cui contorni definitivi saranno indicati dall’Arera alla vigilia del prossimo aggiornamento trimestrale, vale a dire a fine mese.

Tra le ipotesi al vaglio, come detto, resta in piedi anche una via alternativa sul modello di quanto predisposto a luglio quando, come si ricorderà, per attutire l’impatto sulle tariffe, l’esecutivo sfornò una manovra last minute da 1,2 miliardi ridimensionando significativamente gli oneri generali relativi al sostegno delle rinnovabili (la cosiddetta componente Asos)e dimezzando di fatto l’incremento definitivo al 9,9 per cento. In assenza di quella mossa, dunque, l’aumento avrebbe sfiorato il 20% e questo aiuta a comprendere che, per cercare quantomeno di attutire i nuovi aumenti, servirebbero come minimo 2 miliardi.

Da qui, dunque, la prudenza del Mef nell’individuare la soluzione. Mentre, sullo sfondo, rimane l’idea, di più difficile attuazione nell’immediato, di una riforma strutturale degli oneri di sistema come suggerito da tempo dalla stessa Arera e, in seconda battuta, dall’Antitrust. Le due Autorità premono per lo spostamento in fiscalità generale degli oneri non direttamente connessi agli obiettivi di sviluppo ambientalmente sostenibile e quelli finalizzati al contrasto della povertà energetica. Tradotto: le voci di spesa che finanziano lo smantellamento delle centrali nucleari e i regimi tariffari speciali che valgono, ultimi numeri alla mano contenuti nella Relazione annuale dell’Authority a Governo e Parlamento, poco meno di un miliardo sul totale dei circa 15 miliardi di oneri quantificati dall’Arera nel 2020. Una riforma di ampio respiro, dunque, che potrebbe trovare casa nel nuovo disegno di legge annuale per la concorrenza o, in alternativa, nella prossima legge di bilancio.

Tutte le principali forze politiche ieri hanno sollecitato una misura urgente del governo, con interventi dei leader della Lega e di Fratelli d’Italia, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, del segretario del Pd Enrico Letta e del presidente M5S Giuseppe Conte.

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