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Spunta il tributo di solidarietà

Un contributo di solidarietà sui maxi stipendi che non farà distinzione tra pubblico e privato. Il taglio alle retribuzioni dei dirigenti di ministeri, enti pubblici, agenzie fiscali, regioni ed enti locali, a cui il governo Renzi sta lavorando incessantemente non solo per ragioni di equità ma anche per reperire le risorse necessarie a finanziare l’abbattimento del cuneo fiscale per 10 milioni di lavoratori, potrebbe non essere limitato alla sola galassia della p.a.

L’amara sorpresa sarà contenuta in un decreto legge che andrà sul tavolo del prossimo consiglio dei ministri previsto per venerdì.

Probabilmente lo stesso con cui si chiariranno i dettagli dell’operazione che porterà 80 euro in più in busta paga a partire da maggio a chi guadagna meno di 1.500 euro al mese.

Una bozza di decreto ancora non c’è e dall’esecutivo non trapelano indiscrezioni sulle soglie di prelievo. Ma la prospettiva che il sacrificio non resti limitato alla platea dei 300 mila dirigenti pubblici è giudicata da fonti governative «altamente probabile». Anche perché c’è un precedente pesante che depone in questo senso.

I tagli dovranno infatti essere molto più ampi del solo recinto contrattuale della p.a. se vorranno avere qualche chance di sopravvivere al vaglio della Corte costituzionale.

Come si ricorderà, nel 2012 la Consulta (con la sentenza n. 223) ha spazzato via le riduzioni di stipendio imposte al pubblico impiego da Giulio Tremonti proprio perché limitate ai soli travet.

E, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, sarà proprio da questa decisione che il governo Renzi partirà per costruire «a contrario» un contributo di solidarietà al riparo da ricorsi e censure di incostituzionalità. Il dl 78/2010, la prima manovra «lacrime e sangue» dell’ex ministro dell’economia, aveva infatti disposto la decurtazione del 5% delle retribuzioni pubbliche sopra i 90.000 euro lordi annui e del 10% di quelle superiori a 150.000 euro. Un taglio con un orizzonte temporale delimitato (1° gennaio 2011-31 dicembre 2013) giustificato dalla «eccezionalità della situazione economica» che la Consulta non ha esitato a definire come un vero e proprio tributo. Perché, aveva scritto Giuseppe Tesauro, estensore della sentenza, per valutare se una decurtazione patrimoniale abbia o meno natura tributaria occorre guardare a due indizi: la doverosità della prestazione e il collegamento del sacrificio richiesto con la spesa pubblica. Due requisiti entrambi presenti nel prelievo tremontiano.

Ma proprio in ragione della sua natura di tributo, il taglio agli stipendi dei manager di stato avrebbe dovuto essere raccordato alla capacità contributiva del lavoratore secondo criteri di progressività. Così non è stato e il primo tentativo di mettere le mani nei super stipendi degli italiani è stato spazzato via per violazione degli artt. 3 e 53 della Costituzione. Con una motivazione che i tecnici ministeriali, in questi giorni al lavoro sul decreto, hanno ben presente.

«L’introduzione di una imposta speciale, sia pure transitoria ed eccezionale, in relazione soltanto ai redditi di lavoro dei dipendenti delle p.a., vìola il principio della parità di prelievo a parità di presupposto di imposta, perché il prelievo è limitato ai soli dipendenti pubblici», avevano scritto i giudici delle leggi.

Se dunque la limitazione della platea di soggetti passivi operata nel 2010 è «irragionevole e ingiustificata perché anche in condizioni di emergenza non si può derogare al principio di uguaglianza», allora anche i tagli di Matteo Renzi non potranno discostarsi troppo dal perimetro tracciato dalla Corte che inevitabilmente porta a includere anche i dirigenti del settore privato. Un’eventuale destinazione del ricavato al finanziamento dell’aumento delle detrazioni da lavoro dipendente (per i redditi fino 25.000 euro lordi annui) conferirebbe ai tagli quella natura tributaria indispensabile per portare avanti un’operazione del genere senza incorrere in ulteriori censure costituzionali. A condizione, ovviamente, che vengano rispettati tutti i paletti posti dalla Consulta.

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