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S&P’s: Brexit frenerà Eurolandia

Il Pil crescerà lo 0,8% in meno nei prossimi due anni – Benelux e Irlanda i più colpiti per l’export
È uno shock. Non sarà così forte però da interrompere la ripresa di Eurolandia. L’analisi della Standard & Poor’s (S&P’s) sulle prospettive europee dopo il Brexit appare moderatamente ottimista, almeno per quanto riguarda Eurolandia.
La frenata, stima lo studio, sarà pari a 0,8 punti percentuali tra 2017 e 2018, quando la crescita potrà rallentare dall’1,7% previsto per quest’anno all’1,3% e all’1,4% rispettivamente. La disoccupazione dovrebbe quindi calare fino al 9,4% (la precedente stima puntava al 9,1%), dal 10,9% di fine 2015. Per l’Italia si passerà all’11,1% dall’11,9%. Non è poco, in ogni caso, per un’economia che ancora cresce a un ritmo relativamente lento (+1,7% nel 2015), ma la ripresa, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti, continuerà.
Più intenso l’effetto per la Gran Bretagna: 1,2 punti percentuali in meno nel 2017, 1% nel 2018. Ma se in questo caso il rallentamento è forte (dall’1,5% del 2016 allo 0,9% e poi all’1% annuo) non ci sarà la temuta recessione.
Eurolandia – spiega l’autore dell’analisi, Jean-Michel Six – è apparsa piuttosto resiliente già all’inizio di quest’anno, in occasioni delle turbolenze subite dai paesi emergenti. La sua ripresa, inoltre, si basa soprattutto sulla domanda interna, fattore decisivo in un momento in cui la domanda estera è comunque debole. Il Brexit colpirà l’area su due fronti: attraverso le esportazioni verso la Gran Bretagna, che saranno penalizzate da una sterlina deprezzata e da un’economai britannica in rallentamento; e i flussi di investimenti, che possono risentire delle incertezze sul nuovo equilibrio che si sta creando tra Londra e Bruxelles.
Entrambi i fattori colpiranno le singole economie di Eurolandia in modo differenziato. «Considerando più in particolare gli effetti del rallentamento della Gran Bretagna – spiega l’analisi – le economie di Eurolandia più esposte sono Irlanda e il Benelux. Le esportazioni irlandesi di merci rapresentano il 7,1% del pil (10,7% le esportazioni di servizi). L’Olanda esporta beni verso la Gran Bretagna pari al 6,6% del Pil e questo rapporto è il 7,5% per il Belgio. Al confronto, i grandi paesi come la Germania (2,7% del pil), la Francia (1,4%), l’Italia (1,35) e la Spagna (1,6%) sono meno vulnerabili». Sono proprio i grandi paesi, però, a essere più esposti sul fronte degli investimenti: soprattutto Francia, Germania e Spagna hanno uno stock di invesimenti diretti in Gran Bretagna piuttosto ricco.
La politica ultraespansiva della Banca centrale europea sta però sostenendo la domanda interna: aumentano il credito al consumo – come mostrano gli acquisti di automobili, in rapida crescita – e gli stessi investimenti, resi più convenienti dai bassi costi del credito, dal calo dei prezzi dell’energia e dalla moderazione dei salari. Persino il settore delle costruzioni sta dando segnali di ripresa. È un processo ancora «diseguale» tra i diversi paesi membri – l’Italia resta un po’ indietro – ma nel complesso la ripresa di Eurolandia, così poco dipendente dalla domanda estera, dovrebbe tenere.
Molto dipenderà dalla risposta della Banca centrale europea così come, per la Gran Bretagna, quella della Bank of England. Per Eurolandia S&P’s non vede ostacoli a una politica più espansiva, ma nel caso inglese la scelta sarà più difficile: il calo della sterlina porterà più inflazione e la dinamica dei prezzi potrà superare l’obiettivo del 2%. La scelta, secondo Six, sarà quella di preferire lo stimolo alla crescita, abbassando i tassi a fine 2016 e varando un nuovo quantitative easing l’anno prossimo.
La ricerca della Standard & Poor’s si ferma al 2018 e non analizza quindi i potenziali effetti del nuovo regime commerciale tra Gran Bretagna e l’Unione europea, impossibile da prevedere. La richiesta della Confindustria tedesca, la Bdi, che spinge per un orientamento morbido verso Londra, mostra quanto saranno difficili le trattative e incerti gli esiti.

Riccardo Sorrentino

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