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Sprint della sterlina, Borse in altalena

La valuta britannica sfiora 1,25 dollari dopo la decisione dell’Alta Corte sul processo di uscita dall’Ue
La Brexit si allontana e i riflessi sono immediati sul mercato delle valute. La sterlina è salita di oltre un punto percentuale nei confronti del dollaro passando da 1,2307 a un massimo intraday di 1,25. La novità – 133 giorni dopo il referendum del 23 giugno che ha decretato la volontà popolare di lasciare l’Unione europea con il 51,9% delle preferenze – è che secondo l’Alta corte britannica il governo non può decider da solo ma necessita dell’approvazione del Parlamento per innescare il processo di uscita dall’Ue. Il giudice ha dato così torto all’esecutivo guidato da Theresa May che rivendica il diritto di invocare l’articolo 50 del Trattato Ue. Il governo potrà comunque fare appello contro la decisione dell’Alta corte, che esaminerà il dossier tra il 5 e l’8 dicembre prossimo.
Anche se la sentenza potrà essere rovesciata a dicembre «la decisione offre speranze a coloro che vogliono restare – spiega alla Reuters Craig Erlam di Oanda market -. Nello scenario più ottimistico, il Parlamento la boccerà e il referendum non sarà servito a niente».
Questo spiega il movimento al rialzo della sterlina nei confronti del dollaro, peraltro fiaccato anche ieri dall’effetto-Trump. La rimonta nei sondaggi del candidato repubblicano sta mettendo in dubbio la vittoria alle presidenziali Usa dell’8 novembre di Hillary Clinton, vittoria che fino a poche ore fa era data per scontata con un vantaggio di circa 10 punti. A quanto pare questo vantaggio sarebbe stato vanificato in pochi giorni, per via del’inchiesta aperta dell’Fbi sulle mail private inviate dalla Clinton ai tempi in cui vestiva la carica di segretario di Stato.
In ogni caso il recente scatto della sterlina non può essere considerato un completo atto di fiducia dei mercati a favore del “Remain”. Dalla Brexit infatti la sterlina – nonostante l’apprezzamento di ieri – ha perso il 15% nei confronti del biglietto verde e il 14% nei confronti dell’euro. Peraltro agli acquisti sulla sterlina non hanno fatto seguito quelli sulla Borsa londinese che ha chiuso la giornata in rosso dello 0,8% in una seduta complessivamente nervosa per le Borse europee e per Wall Street (Piazza Affari -0,3%). Per l’S&P 500, in particolare (-0,44%), si tratta dell’ottava seduta consecutiva al ribasso: la serie temporale più lunga dall’ottobre 2008, ossia in piena crisi finanziaria. L’azionario sta soffrendo da diverse sedute dell’effetto Trump, ampiamente visibile sull’andamento del cambio tra il dollaro e il peso messicano. Nell’ultima settimana la divisa messicana ha perso il 3,75% sul dollaro. Il cambio dollaro/peso è considerato dagli investitori il vero indicatore delle possibilità di successo di Donald Trump alle presidenziali dato che il candidato ha più volte dichiarato che se vincerà le elezioni costruirà un muro al confine tra i due Paesi. Scenario che impatterebbe negativamente sull’export messicano verso gli Usa.
Sul fronte dei titoli di Stato dopo la buona seduta di mercoledì ieri sono tornate le vendite. Il rendimento del decennale italiano è risalito nel corso della seduta a sfiorare quota 1,7%, sui livelli di un anno fa. Le contestuali vendite sul Bund hanno fatto sì che lo spread (differenziale) tra Italia e Germania si sia mantenuto stabile intorno ai 150 punti.
L’Italia sta chiaramente pagando l’incertezza legata all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre, con il fronte del “No” a tutti gli effetti competitivo con il “Sì”, a favore del quale si sono schierati apertamente gli investitori istituzionali e le agenzie di rating. Dove potrà arrivare lo spread in caso di vittoria del “No”? «Se ci fosse la convinzione a ridosso della data del referendum di una vittoria del “No”, lo spread potrebbe arrivare a 170-180 punti – spiega Angelo Drusiani, esperto del mercato obbligazionario di Banca Albertini Syz -. Dubito che possa arrivare o superare la soglia dei 200, ma solo perché interverrebbe con acquisti massicci la Bce». In realtà lo spread sul mercato obbligazionario non è più in grado di misurare il reale livello di tensione sui mercati, perché è ovattato dall’intervento della Bce che (Grecia a parte) acquista titoli di Stato dell’area euro nell’ambito del piano di quantitative easing. Se invece si guarda al mercato dei cds, credit default swap (una sorta di polizze che coprono dal fallimento del titolo sottostante, in questo caso bond sovrani) lo spread tra Italia e Germania è ben più alto. I cds a 10 anni sull’Italia quotano 215 contro i 40 dei titoli tedeschi (spread 175 punti). Ancora più marcata la differenza tra titoli di Stato e cds nel raffronto Italia-Spagna. Lo spread sui titoli di Stato è a 45 punti, quello sui cds decennali di 96 punti. Ergo, i mercati chiedono molto di più come premio per assicurarsi contro il default dell’Italia che non della Spagna.

Vito Lops

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