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Spread verso 500 senza governo I mercati scommettono sulle coalizioni

RISULTATO? Lo spread con il Bund tedesco che schizza a quota 500. Significa che il Tesoro dovrebbe pagare, per un Btp decennale, un tasso quasi del 6,50 per cento. Un intero punto in meno di quota 7,483 per cento, raggiunta nei drammatici giorni del novembre 2011, con l’agonia del governo Berlusconi. Ma sempre livelli da allarme rosso. All’ipotesi- collasso viene attribuito un quoziente di probabilità del 25 per cento, il più alto fra gli scenari possibili. Peraltro, le elezioni potrebbero anche andar bene. Cioè, nell’ottica dei mercati, finire con una maggioranza Bersani-Monti. In questo caso, lo spread scenderebbe a spiccioli: 150 punti, la metà di oggi, per un tasso di interesse sui Btp del 3 per cento e una manna per le casse del Tesoro. Probabilità? Il 20 per cento, una su cinque. Tutte le altre ipotesi (Bersani-Berlusconi, Bersani-Grillo) sono più remote e danno, comunque, in termini di spread, risultati peggiori.
Naturalmente, accertare preventivamente i sentimenti dei mercati è impossibile. Bisogna aspettare che comincino a muoversi i soldi, cioè gli investimenti. E, fino a questo momento, i mercati hanno fatto capire che preferiscono aspettare gli eventi, senza impegnarsi troppo. Anche in questo stato di animazione sospesa, però, si possono fiutare gli umori e lo schema qui in pagina, studiato dal team di Crédit Agricole, una delle maggiori banche europee, è una testimonianza verosimile delle attese degli operatori finanziari. Preparato, un po’ per gioco, un po’ sul serio, è stato pomposamente definito “diagramma di flusso”, ma, in realtà, sembra piuttosto la lavagnetta di un allibratore, un bookmaker, alle corse dei cavalli: Bersani-Monti, 5 a 1, Bersani- Grillo 4 a 1. Non è un paragone
casuale: scommettere sull’andamento dei parametri finanziari è esattamente il mestiere di ogni giorno del suo autore: Luca Jellinek, capo del dipartimento Strategie sui Tassi Europei di Crédit Agricole.
Dall’attuale Parlamento senza maggioranza precostituita lo sviluppo largamente più probabile, per gli scommettitori della grande finanza, sono nuove elezioni a breve scadenza: 45 per cento di probabi-lità, quasi una su due. Lo scioglimento di un Parlamento appena eletto sarebbe il primo scossone allo spread, che salirebbe a 400 punti (cioè un tasso del 5,50 per cento, quasi un punto più di oggi e già sufficiente, probabilmente, a invocare un salvataggio da parte della Bce di Draghi). Fra la grande coalizione Bersani-Berlusconi e quella Bersani-Grillo, invece, più probabile la prima: 30 per cento di probabilità contro 25 per cento. La reazione dei mercati, però, sarebbe diversa.
Mentre un accordo Pd-Pdl lascerebbe, almeno in prima battuta, lo spread, più o meno, ai livelli attuali, un accordo fra Pd e Movimento 5 Stelle sarebbe accolto, inizialmente, con grande diffidenza dall’alta finanza e i tassi salirebbero. Non quanto con nuove elezioni, ma comunque di 50 punti: il ministro del Tesoro — grillino o meno — si troverebbe a gestire un tasso di interesse sui titoli decennali di circa il 5 per cento.
Lo scetticismo, però, è più o meno lo stesso, sia di fronte alla coalizione del Pd con Berlusconi, che a quella con Grillo. I mercati non sembrano rilevare apprezzabili differenze fra due opzioni così diverse, almeno per le materie che li interessano più direttamente. In nessuno dei due casi, infatti, ci si aspettano, nonostante i numeri in Parlamento, le riforme strutturali che la grande finanza ritiene necessarie per riavviare lo sviluppo italiano. Al massimo, un mantenimento della disciplina fiscale di Monti e una nuova legge elettorale che eviti il ripetersi dell’attuale impasse (20 per cento di probabilità con Berlusconi e 15 per cento con Grillo). In tutt’e due i casi, la presenza comunque di un governo allenterebbe la pressione dei mercati e lo spread scenderebbe a 200 punti (meglio, dunque, anche degli ultimi mesi). Tuttavia, ambedue gli ipotetici governi potrebbero, al contrario, perdere il controllo della spesa pubblica e spaccarsi, riaprendo il vuoto politico, che costerebbe un rialzo dello spread a 450 punti.
Insomma, previsioni all’insegna del pessimismo. Qualsiasi governo possibile appare fragile e, anche nell’ipotesi migliore, incapace di varare le riforme necessarie, ci sia dentro Berlusconi o Grillo. I mercati, come l’opinione pubblica europea, non sembrano aver ancora digerito la delusione per il flop di Mario Monti. Così, un po’ paradossalmente per chi ricorda le ansie e le profezie di sventura che accompagnarono il doppio appuntamento elettorale di Atene, la soluzione più gradita è quella alla greca: un rematch elettorale che consegni finalmente una maggioranza pro euro a Bersani, magari — ma non necessariamente — insieme a Monti.

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