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Spread, torna la febbre sui periferici

Dopo una giornata difficile in cui ha superato 150 punti lo spread (il differenziale) fra i Bund e i Btp decennali ha chiuso a quota 144,8 con un rendimento del nostro decennale che rimane fermo all’1,68%, mentre il titolo tedesco è risalito leggermente allo 0,24%. Stabile anche il differenziale dei Bonos decennali spagnoli che è terminato a 152 punti, con un rendimento dell’1,75%.
Le nuove tensioni sui mercati finanziari hanno colpito duramente anche i titoli di Stato greci e portoghesi. Lo spread fra il decennale ellenico e il Bund tedesco è tornato ai massimi dall’agosto del 2015, sfondando il tetto dei 1.000 punti ed è salito fino a un massimo a quota 1.078 per poi ripiegare a 1.055. Alcuni operatori non hanno escluso che a un certo punto della giornata sia intervenuta la Banca centrale europea a calmierare la situazione con acquisti di bond sovrani sul mercato secondario nel quadro del Qe.
Ma che sta succedendo? Quando sale il gap tra mercati dell’area euro non è un buon segnale come tutti ricordano nel 2010 e mesi seguenti fino al famoso “whatever it takes to save the euro” (qualsiasi cosa serva a mantenere l’integrità dell’euro, e credetemi sarà abbastanza) di Mario Draghi a Londra pronunciato nel discorso del 26 luglio 2012. Quell’annuncio, ha poi calcolato la Commissione Ue in uno studio dedicato alla Bce, fece crollare di oltre 84 punti base i rendimenti sui titoli italiani a due anni, di 134 quelli spagnoli.
E ora? Perché i mercati sono tornati ad essere nervosi sui periferici dell’area euro? I grandi gestori e i fondi sovrani sono preoccupati dell’andamento dell’economia globale con i Brics in pesante frenata, la Cina che flirta con un atterraggio duro e con una fuga di capitali, gli emergenti pesantemente indebitati in dollari, il prezzo del petrolio in caduta libera che mette nei guai produttori e società energetiche americane dello shale oil, una sempre maggior cautela su cosa possano fare ancora le banche centrali.
Prese singolarmente queste preoccupazioni non sono tali da suscitare un allarme grave, ma l’insieme di queste forze sta facendo reagire male i mercati.
In questa scenario dove anche gli Stati Uniti (unico motore che continua a crescere) paiono rallentare la corsa dopo sette anni di crescita continua, c’è la fuga dai mercati azionari per i lidi più sicuri rappresentati dai Treasury bill americani e dai Bund tedeschi, una sorta di porto sicuro dove ormeggiare e far passare la tempesta.
I titoli di stato italiani e spagnoli, per non parlare di quelli greci, soffrono di più perché considerati mercati periferici, cioè, a torto o a ragione, con un grado di rischio maggiore rispetto ai paesi “core”. Così i rendimenti salgono sebbene non ci siano particolari motivi per preoccuparsi. O meglio i gestori guardano ai crediti in sofferenza delle banche italiane giunti a 201 miliardi di euro e hanno tralasciato a lungo le difficoltà di colossi tedeschi come Deutsche Bank costretta a dire attraverso il suo Ceo che la banca «è solida come la roccia».
In questo quadro convulso i gestori gettonano sia i titoli di stato tedeschi e quelli Usa ma anche l’oro, bene rifugio per eccellenza, che vola ai massimi da 8 mesi.
Fin quando gli investitori non vedranno l’Europa come hanno fatto gli Stati Uniti, aprire davvero i cordoni della borsa per gli investimenti strategici promessi dal piano Juncker e la Bundesbank smettere di fare da freno alle politiche non convenzionali della Bce, non saranno sicuri che sia il momento di tornare a investire. Lo spread è solo il segnale di una febbre di una unione bancaria europea ancora incompleta, dove c’è la vigilanza ma non non la garanzia unica sui depositi. Eppure Berlino aveva detto sì a una maggiore unione in cambio di maggiori controlli centralizzati. Oggi abbiamo i controlli Bce su 130 banche sistemiche ma senza garanzie comuni sui conti correnti. Al mercato non piacciano le costruzioni lasciate a metà.

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