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Spread, test parità tra Italia e Spagna

Fino a qualche settimana fa gli analisti erano piuttosto convinti: quando la Bce interverrà con la mano pesante del quantitative easing la Spagna e i suoi titoli di Stato saranno relativamente favoriti rispetto all’Italia. E molti erano anche convinti che il Portogallo si sarebbe potuto giocare le proprie carte, non certo per eguagliare il nostro Paese in termini di rendimenti, ma quantomeno per avvicinarsi. Insomma,se si escludono la Grecia e le sue questioni, l’Italia sembrava occupare nel portafoglio dei trader l’ultima posizione fra le nazioni «problematiche» dell’Eurozona, cosa che del resto si era già vista in tutto il 2014: anno d’oro sì per i titoli sovrani europei, ma con una sovraperformance di Madrid e Lisbona su Roma.
Negli ultimi tempi queste convinzioni sembrano però essersi incrinate, prova ne sia a gennaio i guadagni medi realizzati sui BTp (cedole comprese) hanno di nuovo superato (+2,67%) quelli dei Bonos spagnoli (+1,76%) e delle Obligaçoes portoghesi (+1,43%). A guardare i mercati qualcosa sembrerebbe dunque cambiato, ma non si tratta probabilmente del piano di riacquisto di titoli di Stato da 1.140 miliardi annunciato da Mario Draghi, che a detta di UniCredit e Morgan Stanley dovrebbe sotto l’aspetto tecnico favorire ancora i bond della penisola iberica rispetto a quelli italici. Né evidentemente dei fondamentali economici che, disoccupazione a parte, vedono Madrid (e anche in parte Lisbona) in una posizione assai più favorevole di Roma in termini di crescita (+1,3% nel 2014 e +2,2% quest’anno contro -0,4% e +0,2% sempre secondo Morgan Stanley) e debito (99,4% del Pil contro 132,2%).
Le ragioni del movimento vanno quindi cercare altrove, forse anche nell’esito (pur atteso) delle elezioni greche: le reazioni dell’ultima settimana mostrano infatti che per il momento sui mercati non si teme tanto per il «contagio economico» da Atene verso l’Eurozona, quanto per una sorta di «contagio politico» non può essere sottovalutato. L’affermazione di Alexis Tsipras finisce per condizionare, se pur in parte limitata, quanti guardavano al Portogallo come uno dei temi di investimento principali del 2015, perché si teme che il comportamento del governo di Lisbona (non ancora affrancata dagli aiuti internazionali) possa essere influenzato da un’eventuale rottura di Atene con la Troika e da una ristrutturazione del debito greco. Anche sulla Spagna, dove a novembre si terranno elezioni che si preannunciano particolarmente incerte, l’atteggiamento si è fatto più prudente. Gli accostamenti fra Podemos e Syriza si sono sprecati negli ultimi giorni, e il mercato evidentemente qualche conto inizia già a farselo.
A questo elemento si aggiunge poi la rapida elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica: l’evento non sarebbe di per sé tale da scuotere i mercati, ma l’accostamento al difficile precedente del 2013 e l’impatto che l’esito potrebbe dare al processo di riforme in atto nel Paese (ciò che in fondo preme agli investitori) potrebbe non passare inosservato. «Dal voto di sabato esce un Parlamento abbastanza unito e una compagine governativa rafforzata, ma soprattutto il messaggio che l’Italia resta al momento al di fuori dal novero degli Stati anti-europeisti: c’è insomma una minor percezione del rischio politico nei nostri confronti, a differenza di quanto avviene per la Spagna», conferma Mario Spreafico, direttore degli investimenti di Schroders Italia.
Ancora una volta è il duello Roma-Madrid in termini di rendimenti a misurare come un termometro la tensione sul nostro debito: e se questo «spread» si sta già riducendo (dai 31 punti base di dicembre ai 19 di venerdì), non è da escludere che di qui a poco si possa anche tornare a una parità. «I flussi di investimento verso l’Italia sono già visibili – sottolinea Spreafico – e mi aspetto che il divario con la Spagna si possa chiudere probabilmente anche già verso metà anno, perché vedo nel nostro Paese segnali di crescita molto robusti e soprattutto per l’incognita elettorale che grava su Madrid». Platonico quanto si vuole, ma l’aggancio sarebbe comunque un risultato significativo per l’Italia.
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