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Spread sui massimi da febbraio 2014

Dietro il balzo del differenziale l’incognita elettorale e il calo dei tassi dei Bund
Nella prima seduta di una settimana finanziaria che si annuncia importante per l’Italia sui mercati, visto l’appuntamento con il referendum costituzionale di domenica, la speculazione ribassista pare colpire più le azioni del settore bancario che i titoli di Stato che, grazie anche alla rete di protezione del Quantitative easing della Bce, hanno un livello di protezione maggiore. Ciò non toglie tuttavia che, nonostante questa rete di salvataggio, le quotazioni dei titoli governativi abbiano registrato un certo stress in vista dell’appuntamento elettorale. Uno stress che è evidente osservando l’andamento del differenziale di rendimento tra Bund e BTp, che segnala il premio richiesto dal mercato per prezzare il rischio Paese. Uno spread che ieri ha toccato un massimo di giornata a 192 punti, sui massimi da febbraio 2014, per poi chiudere gli scambi a quota 187.
L’incognita politica non riguarda peraltro solo l’Italia visto che, in coincidenza con il nostro referendum costituzionale, ci saranno anche le elezioni politiche in Austria. Un test elettorale di cui si parla meno sui media internazionali ma che potrebbe avere anch’esso implicazioni notevoli. Soprattutto se dovesse vincere il candidato dell’estrema destra Norbert Hofer. Ieri il premio richiesto dai mercati per detenere titoli a 10 anni austriaci invece che tedeschi ha superato quota 31 punti. Sui massimi da luglio. La giornata di ieri sul mercato secondario dei titoli governativi dell’area euro è stata in controtendenza rispetto al trend di questo mese. Dopo settimane di rialzo generalizzato dei rendimenti (in scia a una scommessa inflazionistica alimentata dalla vittoria di Donald Trump) ieri i tassi nell’area euro sono tornati a scendere. Gli investitori cioè sono tornati a comprare bond governativi. Anche se nel farlo hanno privilegiato sopratutto i titoli dei Paesi a massima affidbilità creditizia come la Germania a quelli di Paesi potenzialmente instabili politicamente come appunto l’Italia o l’Austria.
Se lo spread è risalito insomma non è tanto perché il mercato ha venduto Italia e comprato Germania ma perchè i tassi dei BTp sono scesi nelle ultime tre sedute meno di quelli dei Bund. Ieri sui titoli tedeschi gli acquisti sono tornati ad essere molto sostenuti in particolare sulle scadenze brevi dove i rendimenti, che già nelle scorse settimane erano tornati a scendere vistosamente, hanno consolidato il loro trend in territorio negativo. Notevole in particolare è stato il calo del tasso del biennale che, dopo aver recuperato quota -0,59% dopo il voto americano, è tornato a scendere in questi ultimi giorni arrivando a chiudere ieri a -0,75 per cento. Nuovo minimo storico.
Il movimento dei tassi dei titoli governativi segnala un cambio di passo sui mercati dopo settimane segnate dal cosiddetto «Trumpinflation trade». Una speculazione sugli effetti inflattivi della politica economica della nuova amministrazione Usa che ha provocato, oltre che un generalizzato rialzo dei tassi sul mercato obbligazionario, anche un deciso apprezzamento del dollaro. Nelle ultime sedute si è vista una chiara inversione di rotta di questo trade dettata anche dai movimenti del petrolio. La speculazioni su un possibile fallimento del vertice Opec di mercoledì per orchestrare un taglio alla produzione di greggio hanno depresso le quotazioni di Brent e Wti raffreddando di conseguenza quelle stesse aspettative di inflazione che sono alla base dei movimenti di mercato di cui sopra. Ieri i prezzi del petrolio hanno avuto un andamento volatile (vedi articolo a pagina 33) con oscillazioni prima al ribasso e poi al rialzo. Le altre classi di investimento hanno tuttavia reagito soprattutto alla sua iniziale debolezza. Anche perché, con tutta evidenza, in molti tra gli investitori avevano interesse a monetizzare le oscillazioni di mercato che si sono registrate questo mese dopo il voto negli Usa.

Andrea Franceschi

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