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Spread stabile, prova rating superata

di Laura Serafini

L'andamento del differenziale tra i Btp a 10 anni e i Bund tedeschi da un paio di settimane fa meno paura. Lo spread, quel termometro che misura la fiducia verso l'economia italiana, si è assestato attorno a 350 punti, pur con oscillazioni che dipendono dagli umori quotidiani dei mercati. Eppure non è passato nemmeno un mese dal picco oltre i 400 punti segnato dopo il declassamento del merito di credito dell'Italia da parte di Standard&Poor's (il 19 settembre), downgrading al quale ne sono seguiti altri due, da parte di Moody's (il 4 ottobre) e di Fitch (il 7 ottobre), senza che però l'indice della fiducia sull'Italia finisse di nuovo pressione. Nell'arco di questo mese non sono arrivati nemmeno segnali rassicuranti sulla credibilità politica del Paese e sulla capacità del governo di varare misure efficaci per far ripartire la crescita.

Dunque, quale fattore ha contribuito a questa temporanea richisura dello spread? Gli acquisti da parte della Bce di Btp, ma anche di Bonos spagnoli, sul mercato secondario stanno sopperendo alla fuga degli investitori dai bond governativi dei paesi periferici.

Secondo gli operatori, però, a incidere è anche l'evoluzione nel dibattito europeo su come affrontare la crisi del debito nel Vecchio continente ad avere riportato un po' di ottimismo sui mercato. La riprova si trova nell'evoluzione del rendimento del Bund a 10 anni, che ha cominciato a risalire lentamente – come anche i Treasury americani decennali – tornando ieri sopra il 2%, cosa che non avveniva da qualche settimana. Ma anche nella chiusura del divario tra Bonos e titoli tedeschi, ieri sceso verso 290 punti. Il rendimento dei Btp decennali continua a restare sopra 5,5 per cento.

«Il sentiment del mercato è cambiato da quando la Germania ha cominciato dare segnali di apertura sulla necessità di sostenere la Grecia con un piano di ristrutturazione del debito, allentando la morsa su consolidamento fiscale, tagli e sacrifici – spiega Sergio Capaldi, fixed income strategist di IntesaSanPaolo -. Queste misure sono necessarie, ma è ormai chiaro che per salvare Atene è indispensabile di pari passo anche una ristrutturazione del debito con le banche ben più incisiva dell'haircut del 21% ipotizzato in una prima fase». Un recente studio di Chiara Manenti, fixed income strategist di Intesa, calcola che per rispettare i target concordati con Fmi e Ue, tra il 2011 e il 2012 la Grecia dovrebbe reperire altri 6,6 miliardi in più rispetto al gettito atteso dalla patrimoniale già varata (1,7 miliardi) e dal taglio dei ministeriali (da cui è previsto un risparmio di 300 milioni).

«La nuova strategia che sta prendendo forma prevede un onere maggiore a carico delle banche europee, perchè colpite da un haircut più elevato, ma anche un contestuale impegno dei governi a soccorrere gli istituti di credito del proprio paese esposti sulla Grecia, come dimostra il caso Dexia – continua Capaldi -. L'ottimismo dimostrato dai mercati indica che questa strada è considerata più costruttiva e percorribile. Anche se gli alti e bassi ci saranno ancora per un bel po'».

Tornando al caso italiano, l'impatto del downgrade di S&P, che ha portato il rating dell'Italia da A+ ad A è stato decisamente elevato, con uno spread che ha superato i 400 punti base e il crollo di piazza Affari, perchè è giunto nel momento di maggiore tensione dei mercati. Ma quel declassamento ha anche sancito la fine dell'illusione di una ripresa delle crescita del Pil in Italia. Il consesus degli analisti oggi indica un +0,45% per il 2012, anche se molte banche d'affari ipotizzano una crescita zero.

Secondo gli operatori, i successivi downgrade di Moody's e Fitch sono stati solo allineamenti tardivi ad uno scenario che S&P scontava già da tempo: non a caso aveva portato l'Italia a una sola A (da Aa- ad A+ già nel 2006), mentre le altre agenzie riconoscevano ancora la doppia A. «Il declassamento di tre notches in una sola volta, come ha fatto Moody's – osserva Capaldi – non è un buon segnale per l'attendibilità dell'agenzia e denota piuttosto una scelta tardiva per correre ai ripari rispetto ad uno scenario non adeguatamente ponderato».

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