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Spread, l’Italia «sorpassa» la Spagna

Il sorpasso è arrivato, anche se di misura. Italia 100, Spagna 101. Non accadeva da oltre un anno che lo spread dei BTp italiani decennali scendesse sotto lo spread dei bonos spagnoli.
Per tutta la grande crisi il differenziale sui titoli del debito ha misurato in punti base la distanza di Spagna e Italia dalla Germania: il Bund ha fatto da benchmark per sottolineare le incertezze finanziarie della cosiddetta periferia dell’Unione, da termometro per valutare la gravità della malattia dell’Europa mediterranea. Spesso gli spread di Madrid e Roma si sono mossi in parallelo, mostrando quanto fossero legati i loro destini in un Unione europea più unita nelle difficoltà di quanto si potesse immaginare.
Ora che la Banca centrale europea ha steso il mantello protettivo del quantitative easing su tutta l’Eurozona, Spagna e Italia possono guardare con meno timore anche ai negoziati, sempre più difficili, tra Bruxelles e il governo greco di Tsipras. Come lunedì, il primo giorno di quantitative easing, anche ieri gli acquisti della Bce hanno favorito soprattutto i Bund il cui rendimento è calato dallo 0,30% allo 0,23 per cento. Il BTp decennale ha tenuto abbastanza bene il passo dei titoli tedeschi scendendo dall’1,30% all’1,23 per cento. Così come il bonos decennale il cui tasso si è abbassato dall’1,28 all’1,24 per cento. Effetto, appunto, della manovra straordinaria di Francoforte: nella sola giornata di lunedì, esordio del quantitative easing, la Bce e le altre banche centrali dell’Eurozona hanno comprato 3,2 miliardi di titoli del settore pubblico. Lo ha detto a Francoforte Benoit Coeuré, membro del direttorio della Bce: «Come tutti sapete – ha detto – l’Eurosystem ha lanciato il suo programma di acquisti di bond del settore pubblico e nell’arco di quella giornata (lunedì, ndr) la Bce e la banche centrali dei singoli paesi hanno acquistato bond del settore pubblico per 3,2 miliardi di euro in linea con l’obiettivo del consiglio di acquistare titoli per 60 miliardi di euro al mese».
Dal 2010 in poi, Spagna e Italia hanno guardato con apprensione allo spread e si sono alternate più volte nel favore dei mercati finanziari: sono passati governi conservatori e progressisti, in entrambi i Paesi sono state introdotte misure di pesante austerity per rimettere in sesto i bilanci pubblici, a Madrid sono state approvate riforme anche profonde – a cominciare dal lavoro e dalle tasse – sulle quali Roma si è trovata ad inseguire.
La vittoria elettorale di Mariano Rajoy in Spagna, a fine 2011, ha coinciso con il momento più difficile del BTp che scontava le difficoltà dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi: lo spread spagnolo era allora 400 punti base al di sotto di quello italiano. Poi le parti si sono invertite e a metà del 2012, prima che Madrid fosse costretta ad accettare il prestito di Ue-Bce e Fmi per risanare le disastrate casse di risparmio iberiche, è arrivato l’allarme massimo per il debito spagnolo: lo spread spagnolo, anche in seguito alla recessione gravissima del Paese iberico, è salito fino a 116 punti base sopra il differenziale italiano.
Nell’ultimo anno, la Spagna ha avuto sempre uno spread inferiore dell’Italia facendo segnare il massimo divario lo scorso ottobre subito dopo gli stress test sulle banche effettuati dalla Bce, quando il BTp pagava 41 punti base in più dei bonos. Tuttavia, a partire dalle elezioni greche del 25 gennaio e dalla conseguente formazione ad Atene del governo anti-sistema di Syriza, il vantaggio della Spagna si è andato riducendo: il fattore politico ha cominciato a premiare l’Italia. O meglio, ad appesantire la Spagna, nella quale l’ascesa di Podemos sta ricalcando la campagna di Syriza verso il governo.
La stabilità del sistema politico e delle istituzioni, che nonostante tutto aveva sempre garantito alla Spagna una guida sicura, sta vacillando. I due partiti maggiori, quello popolare e quello socialista, che hanno dominato la scena negli ultimi trent’anni, devono fare i conti con la crescita di movimenti di protesta, diventati forze in grado di puntare – in modo legittimo e democratico – al governo del Paese, contro la casta, contro l’austerity imposta dall’Unione europea, e a volte contro le regole stesse dell’Europa. In una campagna elettorale che durerà tutto l’anno e che contribuirà ad alimentare l’incertezza, la Spagna sarà chiamata a votare in due regioni chiave come l’Andalusia e la Catalogna per poi arrivare a novembre al voto per rinnovare il Parlamento nazionale. L’Italia, con Matteo Renzi, sembra invece aver trovato, dopo anni di pesanti tensioni, una quasi insperata continuità di governo che si è tradotta in un’azione politica più incisiva e in una maggiore fiducia degli investitori.
Non c’è crescita del Pil, deficit pubblico o debito che tengano, il quantitative easing della Bce sembra coprire anche i fondamentali economici. E tocca alla politica fare la differenza.
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