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Spread, l’Italia risorpassa la Spagna

Le soglie psicologiche non contano particolarmente ai fini dell’economia reale, ma possono essere a volte molto importanti agli occhi del mercato. Ieri, di questi livelli chiave, i titoli di Stato italiani ne hanno abbattuti ben due: il rendimento del BoT a 12 mesi collocato in asta è tornato inferiore all’1%, quello del BTp decennale è sceso sotto il pari scadenza spagnolo per la prima volta da un mese a questa parte.
Si è trattato di un soffio – un centesimo per lo spread Roma-Madrid (4,33% contro 4,34%, 246-247 punti base la differenza rispetto al Bund), appena un millesimo per il BoT (emesso a un tasso lordo pari allo 0,999%) – ma in entrambi i casi è una conferma del ritorno dell’interesse nei confronti degli asset del nostro Paese che già si era intuito il giorno precedente con il buon esito del collocamento del nuovo BTp a 7 anni.
Certo, le condizioni generalmente favorevoli di mercato (l’ipotesi di una soluzione, se pur temporanea, dell’impasse sul debito statunitense ha propiziato un generale ritorno di appetito per il rischio, come si legge nell’articolo in basso) hanno esercitato un ruolo importante nel collocamento del BoT, che ha attirato richieste superiori ai 14 miliardi di euro e pari a 1,72 volte l’offerta da 8,5 miliardi come non accadeva dallo scorso gennaio.
Ma è altrettanto evidente che all’origine del successo si trova pure l’allentamento delle tensioni politiche italiane, come dimostra il controsorpasso nei confronti della Spagna: in un clima di maggior stabilità, lo si è ripetuto fino alla noia negli ultimi tempi, l’Italia e i suoi rendimenti tornano a essere interessanti per gli investitori, soprattutto quelli esteri. C’è infatti da scommettere che una bella fetta degli ordini siano arrivati ieri da oltrefrontiera, così come il giorno prima (secondo i dati ufficiali diffusi ieri dal Tesoro) la quota che si sono aggiudicati fondi e banche straniere aveva raggiunto il 61,5% del controvalore complessivo emesso.
Una mano dagli investitori esteri servirà anche oggi, quando il Tesoro affronterà il terzo scoglio consecutivo della settimana con il collocamento di un quantitativo fino ai 6 miliardi di euro fra BTp a 3 e 15 anni e un CcTeu con scadenza novembre 2018. Gli analisti si aspettano tassi in generale discesa rispetto alle aste precedenti (il BTp novembre 2016, per esempio, trattava ieri sul secondario attorno al 2,37% rispetto al 2,82% al quale era stato collocato a settembre, mentre il rendimento del BTp 2028 viaggiava sul 4,67%) in virtù del duplice effetto dettato dall’allontanarsi della crisi di governo in Italia e delle attese per una soluzione allo «shutdown» Usa.
Male che vada, via XX settembre domani sera avrà fatto un significativo passo avanti con il piano di emissioni annuali. Stando alle previsioni di UniCredit Research, alla fine di questa settimana l’ammontare emesso in titoli a medio-lungo termine da inizio anno dal Tesoro dovrebbe salire a 210 miliardi di euro, circa l’85% del fabbisogno complessivo stimato per il 2013 (245 miliardi) mentre nel 2012 la copertura a questo punto dell’anno era soltanto del 78 per cento. Ma l’elemento ancora più importante è che il costo del funding per il Tesoro, sempre in base ai calcoli di UniCredit, si è mediamente ridotto quest’anno al 2,18% (3,32% sui bond a media-lunga scadenza, 0,90% per i BoT) dal 3,11% del 2012: la vera buona notizia per le finanze dello Stato è proprio questa.

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