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Spread in rialzo, tassi dei Bonos al 6%

Una pausa per tirare il fiato. Così ieri nelle sale operative si bollava la seduta dei mercati internazionali. Dopo l’annuncio del nuovo piano di allentamento quantitativo da parte della Federal Reserve di giovedì scorso, e il conseguente rialzo dei listini, sui listini si è vissuta una giornata all’insegna delle fisiologiche prese di profitto. La maglia nera è andata a Milano (con il Ftse Mib in calo dello 0,93%), seguita da Parigi (-0,78%), Londra (-0,37%), Francoforte (-0,11 per cento).
In un quadro di scambi ridotti, anche BTp e Bonos si sono mossi al ribasso: lo spread decennale italiano, che nelle ultime due settimane si è ristretto di circa 100 punti base, si è fissato in chiusura a 350 punti dai 338 di venerdì scorso. Il tasso del BTp a 10 anni, dopo essere sceso venerdì sotto quota 5% per la prima volta da marzo, ieri ha toccato quota 5,17%. Un po’ più allarmante la performance dei Bonos spagnoli, il cui rendimento è tornato alla soglia psicologica del 6%.
In questo caso, va detto, sono almeno due gli elementi di pressione: il primo è
rappresentato dalla riluttanza che la Spagna sta mostrando nei confronti del salvataggio dell’Esm. Una lentezza, questa, che sta iniziando a esasperare gli investitori. L’altro fattore è di tipo tecnico: oggi Madrid offrirà al mercato fino a 4,5 miliardi di titoli a breve (12 e 18 mesi) cui si aggiungono altri 4,5 miliardi di titoli a medio-lunga scadenza che arriveranno sul mercato dopodomani: un ammontare complessivo imponente per il tesoro iberico – che di solito offre bond per 2,5-3,5 miliardi – che obbliga gli operatori ad alleggerire i portafogli per accogliere i titoli di nuova emissione.
Nonostante il ritracciamento di ieri, il sentiment degli investitori rimane positivo. I freschi stimoli monetari decisi dalla Federal Reserve – che acquisterà 40 miliardi di dollari al mese in obbligazioni garantite da mutui – e il piano di acquisti della Bce dei titoli di Italia e Spagna hanno allentato i timori di un collasso dell’Eurozona. A dimostrarlo è anche l’andamento dell’indice di volatilità europeo, relativo all’Euro Stoxx 50: il termometro dell’avversione al rischio più utilizzato in Eurozona ieri misurava 21 punti circa, non lontano dai minimi degli ultimi due mesi toccati venerdì. «Molti fondi stanno riaffacciandosi sul mercato europeo dopo averne sottopesato i panieri per lungo tempo», segnala un broker londinese. Non solo: la mossa della Fed almeno nelle intenzioni dovrebbe spingere i flussi di investimento fuori dal mercato obbligazionario governativo per spingerli verso asset più rischiosi, azionari in primis. Ciò non toglie, tuttavia, che occorra prudenza. L’indice bancario europeo è in rialzo di quasi il 48% da quando Mario Draghi, alla fine di luglio, ha lanciato il suo «faremo di tutto per salvare l’euro». I progressi, insomma, sono impressionanti. Anche per questo, pur in un orizzonte di medio periodo rialzista, non si può escludere uno storno. Soprattutto nel breve periodo.
Da segnalare, infine, l’anomalo comportamento del petrolio Brent, che ieri prima di chiudere in ribasso del 2,5%, ha registrato una violenta discesa delle quotazioni, che hanno perso più di 5 dollari in 3 minuti con volumi quasi centuplicati: confusione tra gli operatori, riflessi immediati su altre commodities, e i soliti algotrader nel mirino.

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