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Spread in altalena, BTp al 4,61%

Dal Vecchio Continente arriva qualche piccolo segnale di allentamento alla rigidità fiscale imposta dai policy maker europei. Gli ordini alle imprese americane aumentano più delle attese. E in più sul mercato si diffondono rumors (non smentiti) di una possibile Opa della cordata Verizon-At&T su Vodafone. Per un mercato a corto di motivi di speranza, ieri ce n’era a sufficienza per prendere un po’ di fiducia e tornare ad acquistare asset rischiosi come azioni e titoli di Stato periferici. Ecco perché per le borse europee ieri è stata una giornata contrassegnata da rialzi anche brillanti, mentre per i cosiddetti “porti sicuri” come oro, treasury o Bund, è stata una seduta in calo. Parigi ha guadagnato l’1,98%, Francoforte l’1,91%, Madrid l’1,65%, Milano l’1,41%, Londra (dove oggi lo stacco dei dividendi dovrebbe portare a un aggiustamento negativo del 4%) l’1,23%. Buono anche l’andamento dei BTp italiani, che hanno visto ridurre il loro rendimento su tutte le scadenze, ma in particolare sul tratto più breve della curva, compreso tra i 2 e i 5 anni. Se lo spread è sceso dai 348 punti a 331 punti base (il tasso a 10 anni è arretrato da 4,80% al 4,61%) sui due anni il tasso italiano è tornato sotto quota 2 per cento. Pur in una seduta dagli scambi ridotti, gli operatori hanno mostrato così di aver quanto meno apprezzato il gesto del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha confermato di voler rimanere fino all’ultimo giorno del suo mandato e nel contempo ha cercato una via d’uscita all’impaludamento politico attuale con l’indicazione dei due gruppi di “saggi”. «Nel brevissimo periodo la mossa di Napolitano può servire ad attutire le tensioni – spiegano dal desk obbligazionario di una primaria banca italiana -, difficile credere però che questo basti a tranquillizzare in prospettiva gli investitori preoccupati dell’instabilità politica italiana».
Il vero propellente agli acquisti in Borsa è arrivato nel primo pomeriggio dagli Stati Uniti: gli ordini all’industria a febbraio sono cresciuti del 3% contro una stima del 2,9%. Un segnale certo positivo (il più ampio degli ultimi cinque mesi) ma dovuto soprattutto alla domanda del settore aerospaziale, che ha più che compensato i dati negativi provenienti dagli ordinativi non legati al settore della difesa, arretrati del 3,2%. Al netto della domanda di un colosso come Boeing (che ha a febbraio ha registrato ordini per 179 velivoli), avremmo insomma visto altri numeri, certo non altrettanto positivi. Un po’ come accaduto in Europa, dove le imprese continuano a segnare il passo, come dimostra il fatto che il tasso di disoccupazione in Eurozona a febbraio sia, benchè stabile, al massimo storico del 12 per cento.
Uno scenario che non fa altro che alimentare i dubbi sulla capacità dei leader europei di far uscire il blocco europeo dalla recessione. Due segnali confortanti ieri in verità sono venuti da Bruxelles, a testimonianza della volontà di ammorbidire le condizioni di rigidità sul fronte fiscale. Il primo riguarda la Spagna, che intende aprire un confronto con la Commissione europea per allentare l’obiettivo di deficit/pil al 6% contro il 4,5% indicato finora (ma oramai irrealistico) e un rinvio di 1 o 2 anni per portarlo sotto il 3% del Pil.
L’altro elemento di conforto riguardava invece Cipro, il cui sistema bancario è stato salvato con un prestito da 10 miliardi. Commissione Ue, Bce e Fmi hanno accordato due anni di tempo in più, sino al 2018, per rispondere alle condizioni definite dal piano di aiuti concordato con l’Eurogruppo. Una soluzione, questa, hanno riconosciuto fonti della presidenza della Repubblica dell’isola, indispensabile per «ridurre le pressioni sull’economia di Cipro».

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