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“Spread alto e mercati difficili finché Roma rinvia le scelte non rassicurerà gli investitori”

Da Parigi, dov’è capoeconomista dell’Ocse, Pier Carlo Padoan non intende pronunciarsi sull’opportunità di una manovra. Ma su alcuni punti insiste senza esitare: un intervento sarebbe inevitabile se il deficit davvero si discostasse dal 3% del Pil sul 2013, ma neanche questo basta. Per l’Italia, osserva Padoan, è ora di darsi una strategia che vada oltre la navigazione a vista. In parallelo, va anche fatto di più per favorire il credito e la liquidità per tamponare l’emorragia di imprese che chiudono.
Professor Padoan, davvero ritiene che si debba rischiare un’altra manovra recessiva pur di correggere il disavanzo?
«Il fatto che l’Italia sia fuori dalla procedura per deficit eccessivo è un bene. Peraltro, visto che probabilmente si sta andando verso una fase di mercato più turbolenta, rassicurare gli investitori internazionali sull’impegno del Paese può essere prezioso».
Eppure anche paesi con un deficit sotto al 3% hanno subito il contagio, mentre altri con i conti in disordine molto meno.
«La regola del 3% non è tutto. Non ci si può limitare a dire che ci vuole una manovra: bisogna darsi un sentiero di mantenimento del bilancio nel medio e lungo termine, con una composizione più articolata dei vari provvedimenti».
Trova che questa visione d’insieme manchi?
«Va accettata l’idea che fare politica di bilancio significa scegliere fra forme diverse di imposizione fiscale, e fra spese da mantenere o no. Finché si procede una misura alla volta, manca quella visione d’insieme che darebbe fiducia a chi deve decidere di investire, in Italia e fuori»
Non trova invece che in Italia i vari governi recenti e il Tesoro siano stati efficaci nel limitare i disavanzi?
«Lo sono stati e lo sono anche ora nel reperire risorse: sto pensando al pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni. Sarebbe importante accelerarne l’erogazione, in modo da evitare la chiusura di imprese sane e permettere loro di approfittare della timida fase di crescita internazionale».
Si direbbe che il problema della liquidità e della stretta al credito la preoccupino più del destino dell’Imu o dell’Iva.
«L’Italia non può permettersi di perdere capacità produttiva per ragioni di liquidità che manca: pagheremmo prezzo insostenibile alla lentezza delle procedure amministrative. Il tema della liquidità è centrale».
Si riferisce anche ai problemi nei rapporti fra bance e imprese?
«Il governo può occuparsene, per esempio con forme digaranzia pubblica o semipubblica dei crediti. Molti dicono che i prestiti scendono perché le imprese non ne chiedono: in realtà non ne trovano e il sistema bancario da solo non sembra in grado di risolvere lo stallo. Di qui l’idea di forme di garanzia pubblica per il credito bancario alle imprese, che venga fornito per esempio da Cassa depositi e prestiti. Sarebbe urgente per rilanciare l’attività, gli investimentie l’occupazione».
Misure del genere per ora non sembrano entrate nel radar delle forze politiche.
«La politica ha un duplice problema. Deve fornire un quadro di medio termine, in modo che le scelte di volta in volta non siano non dettate solo dall’emergenza. Ma deve anche prendere le misure necessarie perché le imprese possano avere liquidità».
La preoccupa il ritorno dello
spread Bund-Btp sopra300 punti base?
«Lo spread resta troppo alto. Peraltro, i mercati sono già nervosi per vari fattori: il Portogallo e la Grecia sono in difficoltà e le prospettive di crescita in Europa e nei paesi emergenti si indeboliscono. A volte bastano eventi occasionali perché la situazione si metta su un binario sbagliato. Per l’Italia è il momento di dare un segnale al mercato. Va indicata una prospettiva chiara, dando intanto la priorità alle imprese: sono loro che investono e creano posti di lavoro».
Dunque più sostegno anche fiscale alla produzione e meno al consumo e alle rendite?
«L’Italia è stata capace di avvicinarsi alla sostenibilità di bilancio più, per esempio, di Francia e Gran Bretagna. È giusto che lo rivendichi. Ora però dobbiamo fermare l’erosione della base produttiva, non c’è altra scelta».
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