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Spread ai minimi, verso quota 190. L’Europa: vigileremo sul tetto 3%

BRUXELLES – No, proprio non si tocca il tetto del 3% nel rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo. Chiunque lo voglia o la prometta, non lo si tocca. Olli Rehn, vicepresidente della Commissione europea e commissario agli affari economici e monetari, non fa ovviamente nomi durante il colloquio con Fabrizio Saccomanni, ministro uscente dell’Economia in Italia: ma poiché rapide riforme e «cambi di passo» sono appena state annunciate dal primo ministro incaricato Matteo Renzi, il messaggio sembra avere un unico, potenziale interlocutore. Nel giorno in cui lo spread con i titoli tedeschi scende vicino a quota 191 punti e il rendimento sui Btp torna ai minimi dal 2006, su un livello del 3,60%. Per il resto, nella cornice dell’Eurogruppo che riunisce i ministri finanziari dell’Eurozona, Saccomanni e Rehn si ritagliano un’ora tutta per loro. La Ue preoccupata continua a chiedere a Roma più stabilità, oltre che più crescita. Così il ministro uscente spiega a Rehn che i conti dei vantaggi ottenibili dalla spending review saranno consegnati alla Commissione europea dal nuovo governo. Poi promette risparmi pari a due punti del Pil, entro il 2016. È molto, è poco? Il vicepresidente della Commissione è più criptico che in altre occasioni. Ricorda però che il 25 febbraio la Commissione diffonderà le temute previsioni economiche d’inverno. E che a parte questa, «non esiste alcuna scadenza specifica per l’Italia». Un’apertura ben dissimulata, il regalo di un altro po’ di tempo per rimpolpare i nostri conti? Sembra di no: «I servizi della Commissione — ricorda il comunicato congiunto fra Roma e Bruxelles — hanno una scadenza tecnica a metà febbraio (dunque già passata, ndr ) oltre la quale non possono più prendere in considerazione dati provenienti dai Paesi membri. Peraltro sono infondate le ricostruzioni giornalistiche secondo le quali vi fosse un accordo tra l’Italia e la Commissione per la trasmissione di informazioni sul programma di revisione della spesa entro tale scadenza». Traduzione approssimativa: ormai è troppo tardi per sperare in sconti o «clausole» improvvisate, senza il necessario carburante della crescita economica e di un debito pubblico in discesa. Nelle pieghe dell’euro-linguaggio, anche questa apparente condanna potrebbe però nascondere qualche spiraglio in apertura per «dopo», cioè per l’arrivo qui di Matteo Renzi. Ma vi è certamente lo stesso Renzi fra i destinatari del messaggio, neppure tanto velato, che Rehn vuole recapitare a Roma: «Sono fiducioso che le istituzioni democratiche italiane garantiranno una formazione tranquilla di un nuovo governo che punterà ad aumentare la competitività e a ridurre il debito pubblico». E ancora: «Sono fiducioso che il nuovo governo italiano continuerà con le riforme economiche e con il programma di consolidamento fiscale». «Confido che l’Italia rispetterà i trattati».
«Consolidamento fiscale», cioè risanamento dei bilanci pubblici, non è concetto che si sposi bene com quello di «clausola di flessibilità per i grandi investimenti produttivi», di cui si è tanto parlato negli ultimi giorni. Saccomanni però non si congeda senza aver comunicato a Rehn che i provvedimenti annunciati come rinforzo alla legge di Stabilità sono già in marcia: privatizzazioni, spending review , rivalutazione delle quote della Banca Italia, rientro dei capitali dall’estero. Basteranno a rassicurare la Ue? Lo si capirà forse un poco anche oggi, con l’Ecofin (il vertice dei ministri finanziari di tutta l’Europa). E soprattutto il 25 febbraio, con quelle previsioni economiche d’inverno che in tanti considerano già come nuovi avvisi di tempesta.

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