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Spread ai massimi da febbraio

Titoli di stato dei Paesi periferici sotto pressione nell’attesa del voto britannico
Man mano che si avvicina il momento della verità sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea sui mercati è sempre più l’avversione al rischio a prevalere. Lo testimonia, sul mercato azionario, la nuova ondata di ribassi registrati dai principali listini continentali e, sul segmento obbligazionario, una chiara risalita degli spread. Il differenziale di rendimento tra i BTp italiani e i Bund tedeschi, quello che viene in genere considerato il termometro del rischio Paese, ieri è balzato a quota 150 punti nei primi scambi per poi chiudere a quota 145 punti. Sui massimi dallo scorso 11 febbraio quando la volatilità che ha caratterizzato le prime settimane dell’anno ha toccato il suo apice.
La risalita dello spread Italia-Germania è stata determinata in larga misura dal crollo dei tassi tedeschi a 10 anni, scesi sotto zero fino a -0,04% nel corso della seduta (vedi articolo nella pagina accanto) ma anche ovviamente dalle vendite che ieri hanno colpito i BTp al pari di tutti gli altri titoli di Stato dei Paesi periferici. Il tasso del decennale italiano, che nella giornata di venerdì era sceso fino all’1,36% sui minimi da metà aprile, ieri ha chiuso a quota 1,44% con un rialzo del 10% registrato nelle prime sedute della settimana. Una risalita che è notevole se si inquadra nei numeri delle ultime sedute ma che si ridimensiona se, invece del grafico dell’ultima settimana, si osserva quello da inizio anno: nonostante il balzo di questi giorni il rendimento del BTp decennale si attesta sui massimi dal 24 maggio appena. Rispetto ai picchi di inizio anno, l’1,72% di inizio febbraio, il tasso del decennale italiano risulta in calo del 14 per cento. Il costo del rifinanziamento del debito italiano, sebbene risalito dai minimi storici toccati ad aprile, è basso in confronto alla media storica. Sul mercato secondario i rendimenti dei titoli di Stato italiani sono negativi fino alla scadenza di un anno. Insomma le politiche ultraespansive della Banca centrale europea (il Quantitative easing soprattutto) continuano ad esercitare la loro funzione di ombrello protettivo per i titoli di Stato dell’Italia e degli altri Paesi dell’area euro.
In questo senso per il momento la volatilità legata al rischio Brexit resta in qualche modo contenuta. Poi certo bisognerà capire quali saranno le eventuali ripercussioni di mercato in caso di vittoria del fronte favorevole all’uscita dalla Ue del Regno Unito. La lettura di molti è che un simile evento possa innescare spinte centrifughe, alimentate politicamente dalle forze populiste in ascesa in tutta Europa, tale da resuscitare il fantasma dell’implosione dell’Unione europea. Un fenomeno traumatico che potrebbe tornare ad avere come epicentro l’area della moneta unica. Anche se la Gran Bretagna, il Paese che va al voto, come noto non fa parte dell’Eurozona.
È insomma lo spettro della «balcanizzazione» dell’Europa, allontanato in questi anni dalle mosse di Mario Draghi della Banca centrale europea, che torna a rivivere. Un incubo per quei Paesi che sulla loro pelle hanno subito gli effetti di questa speculazione finanziaria: Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. La periferia dell’area euro. Se negli anni della crisi dei debiti sovrani i rischi di implosione erano correlati in primo luogo ai timori sulla tenuta di questi ultimi, gli anelli più deboli della catena, oggi il pericolo maggiore pare arrivare dai Paesi più solidi. Il noto gestore obbligazionario Bill Gross (ex Pimco ora a Janus Capital) su Twitter ieri sottolineava come il rischio principale legato alla Brexit non risieda negli immediati effetti di un uscita («processo che impiegherà anni di negoziati») ma nella possibilità che altri Paesi possano seguire questa strada. Due Paesi in particolare: la Francia e la Finlandia. Non la periferia dell’area euro ma due Paesi cosiddetti «core» per la dimensione dell’economia (la Francia) e l’elevato merito di credito (la Finlandia).

Andrea Franceschi

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