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Spread a un soffio dalla “soglia Monti” giù a quota 288, mai così basso dal 2010

Lo spread arriva a un passo dalla “soglia Monti”, fino a un minimo di 288, poi chiude a 296. Il rendimento del Btp decennale scende al 4,39%, sui valori di fine novembre 2010. Da quando Mario Monti ha annunciato le sue dimissioni, per un giorno s’è impennato fino a quota 354, poi pian piano questo misuratore della fiducia è sempre sceso, fino a tendere appunto alla quota-obiettivo di 287, indicata dal premier uscente come «la metà esatta» del valore che aveva trovato un anno fa, subentrando a Berlusconi. Era 574, allora. Anche le Borse vanno benone: Milano chiude a più 1,10%, il settimo rialzo consecutivo. L’euro si rafforza.
Secondo gli esperti, i mercati sembrano ignorare le alchimie politiche di queste ore; stanno a vedere quale sarà l’epilogo della crisi. Per l’agenzia di rating Fitch, che pure dà atto al paese di essere ormai «vicino alla sostenibilità del debito», le elezioni — in Italia come in Germania — sono un rischio: possono far «abbassare la guardia» e dunque «rallentare» le riforme dell’Eurozona. Ma questi stessi operatori invitano a guardare anche fuori dai confini nazionali, per meglio intendere cosa sta accadendo sullo spread. Nella loro lettura, su questa discesa, pesano almeno tre elementi: il buon esito della crisi greca, dopo che S&P ha promosso il paese, restituendogli un rating più alto di 8 gradini (e ieri ha confermato quello di quattro regioni italiane, cioè di Friuli, Umbria, Marche e Liguria); l’ottimismo crescente negli Usa sulla possibilità di evitare il «precipizio fiscale », cioè la terribile accoppiata di aumento delle tasse e tagli della spesa, noto appunto come «fiscal cliff»; il balzo dell’indice Ifo, quello che misura la fiducia delle imprese tedesche, cresciuto più delle attese. Gioca un ruolo positivo anche l’avvio dell’unione bancaria.
Sia come sia, è un fatto che lo spread va giù, in un rush che lo porta fino all’obiettivo indicato da Monti: in pratica, è azzerata l’impennata che era seguita all’annuncio delle sue dimissioni.
I rendimenti sono ormai lontanissimi dai livelli della fase più acuta della crisi, quando toccarono anche il 7%. Del calo di tensione sugli spread ne beneficia anche la Spagna, scesa a 380 punti. Gli esperti notano che gli investitori, sempre alla ricerca dei tassi più remunerativi, si starebbero con cautela riposizionando sulla «periferia », percepita come meno rischiosa e più redditizia del bund che rende ora l’1,45%.

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