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Spread a 518, si guarda alle aste italiane

Che in fondo al tunnel della crisi si sia accesa una (fioca) luce? Forse è ancora presto per dirlo con certezza. Certo è che ieri, a giudicare dall’andamento dei listini, sembra che gli operatori finanziari abbiano scelto quanto meno la via dell’attesa. Le vendite dei giorni precedenti hanno lasciato spazio a minime ricoperture, i titoli di Stato dei paesi periferici hanno ripreso ossigeno e gli indici azionari hanno guadagnato quota in giornata dopo essere caduti in avvio, come nel caso del Ftse Mib, ai minimi da oltre 20 anni. A fine seduta Milano, che si è distinta come la migliore d’Europa, ha messo a segno un rialzo dell’1,17%, ma in positivo hanno chiuso anche Parigi (+0,23%), Francoforte (+0,25%) e Madrid (+0,82%).
Un progresso, quello dell’indice milanese, che si spiega con la buona performance dei BTp, su cui ieri la pressione si è lievemente allentata. Dopo aver toccato in avvio di giornata livelli da allarme rosso (546 punti, il massimo dal 9 novembre scorso) lo spread ha ripiegato repentinamente scendendo a 518 punti. In linea i rendimenti, arretrati da quota 6,7% al 6,44%. In miglioramento anche il titolo biennale, tornato sotto quota 5% (4,98%). Stesso trend calante anche per i Bonos, il cui decennale ha chiuso comunque a un allarmante 7,4%.
Che cosa ha infuso ottimismo negli operatori? Tutto è scattato alle 9 italiane, quando l’agenzia Bloomberg ha battuto i primi flash relativi a un’intervista al Governatore della Banca nazionale austriaca e consigliere della Bce, Ewald Nowotny. A sorpresa il banchiere ha aperto all’ipotesi di concedere una licenza bancaria al futuro fondo salva Stati permanente dell’Unione europea, l’Esm. Una misura che, qualora attuata, allargherebbe la potenza di fuoco dello stesso fondo, ad oggi limitata a 500 miliardi. Certo, Nowotny ha usato toni cauti, tanto da precisare di «non essere a conoscenza al momento di discussioni di questo tipo» in seno al direttorio della Bce. Eppure ciò è bastato ai mercati per invertire la rotta. L’euro, fino ad allora in calo, è salito, e l’appetito per il rischio ha ridato fiato ai titoli di Stato periferici e alle borse fino a chiusura. Neppure il dato negativo sul mercato immobiliare americano – che nel mese di giugno ha registrato un calo delle vendite di nuove abitazioni dell’8,4% rispetto a maggio, portando il totale a quota 350mila, il minimo degli ultimi cinque mesi – è riuscito a deprimere gli indici.
Sia chiaro: per quanto violento, il movimento al rialzo di ieri è maturato in un contesto di volumi risicati, i più bassi dall’inizio dell’anno. Per questo è poco rappresentativo. Senza contare che Piazza Affari è caduta in apertura ai minimi oltre venti anni, e rimbalzi tecnici sono più che possibili. Il comparto bancario, in particolare, non è mai stato così deprezzato. Forse il fondo del barile non è ancora stato toccato ma la sensazione diffusa tra gli operatori è che sul mercato stia maturando quanto meno la speranza per le mosse d’urgenza che la Bce e la Fed potrebbero prendere nei prossimi giorni. «Il silenzio dei leader europei di questi giorni potrebbe essere di buon auspicio – segnala uno dei principali broker italiani -, quasi la conferma che qualcosa bolle in pentola».
Il Tesoro torna sul mercato
Se ieri è stata la Germania a dominare il mercato delle aste (il nuovo trentennale tedesco è stato offerto sul mercato al tasso record del 2,17%, il livello più basso mai raggiunto), oggi toccherà all’Italia. Ieri un timido segnale positivo è giunto dal Tesoro italiano, che ha effettuato uno scambio tra titoli indicizzati all’inflazione europea e Btp con scadenza 2017, che ha comportato una riduzione di 370 milioni di euro allo stock del debito pubblico italiano. Poca cosa però se si considerano gli 11 miliardi delle aste di oggi (fino a 2,5 miliardi di Ctz) e domani (fino a 8,5 miliardi di Bot). Il vero test tuttavia è rappresentato dalle aste di lunedì, quando sul mercato finiranno fino a 5,5 miliardi di titoli a 5 e 10 anni.

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