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Spread a 373, rendimenti sotto il 6%

di Morya Longo

«Si può salvare l'Europa in cinque giorni?» La domanda, con l'auto-risposta «è un po' esagerato pensarlo», se l'è posta l'analista di Société Générale Suki Mann. Ma se nessuno crede nelle utopie, e tantomeno nei miracoli, sui mercati si sta facendo largo la speranza che i prossimi cinque giorni possano segnare una vera svolta: l'Europa sembra infatti incamminata su un percorso che porti, in tempi chiari, all'auspicata unione fiscale. La manovra da 30 miliardi del Governo Monti è apparsa ai mercati finanziari come il primo passo necessario (ma non sufficiente) di questo tragitto: ora che l'Italia ha fatto i "compiti a casa", pensano gli investitori, è più probabile che il cammino europeo si faccia. Questo ragionamento ha fatto scattare ieri un rimbalzo epocale sui mercati più tartassati degli ultimi mesi: quelli dei titoli di Stato.
L'Italia ha riportato tutti i rendimenti sotto la soglia del 6%, dove non si trovavano da fine ottobre-inizio novembre: i BTp decennali hanno ridimensionato i tassi d'interesse dal 6,64% di venerdì al 5,93% di ieri, quelli quinquennali sono scesi dal 6,77% al 5,94%, quelli biennali si sono ridimensionanti dal 6,26% al 5,40%. Rispetto ai massimi del 9 novembre, quando gli stessi titoli erano costretti ad offrire tutti molto più del 7%, il beneficio è enorme. Contemporaneamente si sono ridotti i differenziali rispetto ai Bund: quelli decennali sono scesi di 78 punti base in un solo giorno, tornando a 3,73 punti percentuali. E movimenti analoghi, anche se di minore entità, hanno interessato tutti i Paesi europei: la Spagna ha ridotto gli spread di 58 punti base (a 286), il Portogallo di 54 (a 1.013), la Francia di 19 (a 91).
I perché di un rally
I motivi di questo grande rimbalzo sono due: le riforme strutturali attese dall'Europa e il primo importante passo fatto dall'Italia per riportare in carreggiata i conti pubblici. Ieri si sono incontrati il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel: sebbene restino alcune divergenze, entrambi sanno che la strada da percorrere sia quella dell'unificazione fiscale che "tolga" agli Stati una fetta di sovranità sulla politica di bilancio. Tutti, sul mercato, si aspettano che venerdì sarà proprio questo progetto ad essere annunciato al vertice Ue.
Per farlo, però, è necessario che vengano rispettate alcune condizioni preliminari. La prima è ovvia: gli Stati nazionali devono fare la «loro parte». È in quest'ottica che ieri la manovra da 30 miliardi del governo Monti è stata salutata con così tanto entusiasmo sui mercati obbligazionari. Ma per il mercato il piatto forte è un altro: se dal vertice europeo di venerdì emergesse veramente un percorso chiaro e definito verso l'unione fiscale, si creerebbero i presupposti per un rafforzamento dell'Europa. E per un'azione più incisiva da parte della Bce. Nel weekend sono state fatte anche alcune ipotesi, che hanno suggestionato i mercati: la Bce potrebbe prestare 200 miliardi al Fondo monetario per salvare eventuali Stati in crisi, oppure la stessa Bce si potrebbe dotare di mille miliardi in più.
I dubbi restano elevati
Gli investitori, che nelle ultime settimane avevano iper-venduto i titoli di Stato, ieri sono stati quasi "costretti" a ricomprare: nessuno vuole farsi trovare spiazzato un domani, qualora l'Europa facesse veramente quello che oggi promette. Per questo ieri sono tornati (pur con volumi bassi) un po' a comprare. Detto questo, però, i dubbi sono ancora tanti. Uno su tutti: l'Europa deve fare quello che ormai i mercati si aspettano. «Se questo non accadesse – scrivevano ieri gli economisti di Barclays –, la delusione sarebbe elevata».
C'è poi un rischio di implementazione. La fiducia/sfiducia dei mercati dipenderà infatti da come sarà realizzata l'unione fiscale: «Se verranno implementate misure sanzionatorie automatiche, in grado di togliere agli Stati la sovranità sulla politica di bilancio quando non rispettano i patti, allora la svolta sarà vera», osserva Silvio Peruzzo di Rbs. Altrimenti no. Il rischio resta poi elevatissimo anche sul fronte dell'economia, visto che lo scenario futuro è di stagnazione o recessione.
E infine resta il problema dei problemi: quello dei conti pubblici. Lo dimostra la minaccia di Standard & Poor's, che ieri sera ha aperto la porta a un declassamento di tutti i Paesi europei con rating di "Tripla A". E lo dimostra lo stato dei conti italiani. «Se gli Stati europei dovessero rispettare le indicazioni date dal ministro tedesco delle finanze, secondo il quale il rapporto debito/Pil dovrà tornare al 60% in 20-25 anni, allora per l'Italia servirà a spanne una manovra da 30 miliardi ogni anno – osserva Roberto Bogoni, gestore dei fondi Libra Equity –. Questo calcolo non tiene conto né di inflazione né di crescita economica, ma comunque rende l'idea». Insomma: il percorso è lungo. Difficile. Tortuoso. Ma il mercato ha aperto una finestra di speranza: forse l'ultima.

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