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Spotify non si farà solo ascoltare

Spotify, il servizio di streaming musicale con 75 milioni di utenti, sta cercando nuove vie per incrementare i propri ricavi oltre alle sponsorizzazioni e alla pubblicità. Nonostante, infatti, abbia circa 30 milioni di abbonati paganti, la società svedese non riesce a far quadrare i conti, anche perché per rispondere agli attacchi dei concorrenti ha bisogno di investire ulteriormente e allo stato attuale il momento in cui vedrà l’utile rischia di allontanarsi sempre più.

La pensata del manager arrivato da YouTube, Shiva Rajaraman, è di aggiungere nuovi servizi che da una parte garantiscano utenti e dall’altra introiti aggiuntivi.

Per esempio arriveranno i video: performance esclusive, interviste agli artisti o mini documentari sulla musica. Si tratta di invogliare a un utilizzo più ampio di Spotify, oltre a quello sugli smartphone. Ancora, ci potranno essere collegamenti per la vendita di memorabilia degli artisti e consigli personalizzati sui concerti con conseguente vendita di biglietti grazie a un accordo con una società di ticketing online, un test già cominciato anche in Italia. Inoltre, più contenuti testuali, riguardanti canzoni e artisti.

Insieme a tutto ciò, la crescita della società fondata da Daniel Ek e Martin Lorentzon sarà sulla tecnologia che sta alla base del suo servizio di streaming. Attualmente, infatti, è l’utente che fa il lavoro maggiore nello scegliere i brani, farsi le playlist o seguire quelle dei propri amici. Non che manchino completamente i consigli, ma sono per così dire grezzi, se si pensa invece a ciò che fa Netflix e alla capacità di imparare da ciò che guarda l’utente per poi proporre nuovi titoli con una segmentazione di gusti molto profonda. Per questo Spotify ha acquisito due anni fa una società che si chiama The Echo Nest, ma ancora più lavoro dovrà essere fatto in questa direzione.

Il problema è che quei 30 milioni di abbonati paganti di cui si è parlato prima (il resto dei 75 milioni di utenti ascolta la musica gratis ma con la pubblicità, oltre ad avere alcune limitazioni sul cellulare), insieme con la raccolta, non garantiscono di coprire i costi. In particolare l’anno scorso l’80% dei 2 miliardi di euro di ricavi è andato a etichette e artisti e la perdita operativa è stata di 184,5 milioni È probabile che Spotify arrivi a una rinegoziazione dei contratti con le case discografiche, ma non prima di avere ottenuto una massa di abbonati molto più ampia.

Il problema non sono solo i conti: la concorrenza avanza, in particolare quella di Apple che con il suo servizio Music, solo a pagamento, ha già raccolto 13 milioni di abbonati pay. Senza contare che alla Mela le dotazioni tecnologiche per sviluppare un prodotto che faccia appeal sugli utenti certo non mancano e soprattutto che può permettersi di tenere in vita un servizio non redditizio perché inserito in un business ben più ampio che Spotify non ha.

Andrea Secchi

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