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Sportelli. Altro che stallo. L’Italia cambia pelle

L’accelerazione sulla governance di Unicredit e il ritorno dei rumors sempre smentiti su un’ulteriore necessità di ricapitalizzazione dell’istituto hanno confermato quanto sia sotto pressione l’intero settore. Certo, la banca è la sola italiana compresa nel ristretto «club» mondiale Sifi ( Systemically important financial institutions ) e quindi ogni «turbolenza» che in un qualche modo (a ragion veduta o speculativa) la vede coinvolta agita l’intero mondo finanziario. In più il rinnovarsi di questi temi dà l’idea di una storia che se non è proprio infinita è difficile ritenere chiusa una volta per tutte. Ma soprattutto va considerato che la riapertura di un dossier Unicredit si aggiunge con peso su un tavolo sempre più affollato di fascicoli. Che insieme configurano grandi cambiamenti nella geografia del nostro credito, da ottenersi però con una altrettanto grande fatica.

Triplo choc

Il triplo choc delle quattro banche finite in «risoluzione» ( vedi pagina accanto ), dell’entrata in vigore del bail-in, dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza da 1,5 miliardi che non ha trovato «mercato» con la conseguenza che per la banca non c’è stato crollo grazie all’intervento del fondo salva-istituti Atlante (destinato a entrare in gioco anche nella ricapitalizzazione di Veneto Banca), già di per se basterebbero a rendere i corsi più volatili e i prezzi sotto pressione. E la complessità del quadro generale è poi resa ancora evidente da almeno tre altri fatti.

Interessi esteri

Per Etruria, Banca Marche, CariFerrara e Carichieti sono pervenute manifestazioni d’interesse quasi esclusivamente da fondi di private equity internazionali (vedere pagina accanto ): fatto di per sé tutt’altro che negativo ma che dà l’idea di quanto siano diventati prudenti gli attori di possibili consolidamenti.

In secondo luogo il processo auspicato di aggregazione fra le Popolari, dopo il decreto che ha imposto la trasformazione delle maggiori banche cooperative in spa, vede al momento solo due protagonisti in campo, Bpm e il Banco Popolare, peraltro dopo «preliminari» molto travagliati e che più volte hanno fatto pensare a possibili stop. E poi c’è «il» caso: il Montepaschi. Quello che da più tempo viene considerato il dossier-zavorra, che pesa sull’auspicato (da tutti) recupero di fiducia sulle nostre banche, ancora non ha trovato una via di soluzione: solo pochi giorni fa davanti alla Commissione Finanze della Camera il presidente Massimo Tononi sottolineava che il «problema» delle sofferenze per il Monte dei Paschi «si ridimensiona se si guarda alle cifre nette e alle garanzie»: su 47 miliardi di crediti deteriorati, quelli netti sono 24».

Crediti a rischio

E proprio il caso senese porta dritto al cuore del superproblema per il settore: le sofferenze. Sulle quali è appena pervenuta una raccomandazione della Ue e si è concentrata l’attenzione dell’esecutivo. La dinamica dei crediti sostanzialmente inesigibili è apparsa stabilizzarsi dopo il record di fine 2015, ma se in marzo lo stock di quelle nette (dopo le svalutazioni) risultava pari a 83,6 miliardi con un rapporto sugli impieghi del 4,6%, bisogna considerare che a fine 2008 non superavano i 15 miliardi, lo 0,8% dei prestiti totali. Una terapia d’urto sulle sofferenze potrebbe insomma riflettersi sulla vitalità dei tanti dossier sul tavolo. Sullo sfondo, al momento, c’è la rinnovata conferma della perdita di «bancocentrismo» del sistema Italia. Non solo in termini di credito erogato e richiesto. Ma di peso in Borsa. Secondo elaborazioni dell’Ufficio studi Mediobanca gli istituti quotati capitalizzano oggi 90 miliardi (per circa 37 riferibili alla sola Intesa Sanpaolo), che significa il 5,5% del Pil. A fine 2015 il valore complessivo era pari a 134,6 miliardi, pari all’8,3% del Prodotto nazionale. Prima della grande crisi, nel 2006 le banche capitalizzavano 247,3 miliardi, un terzo di Piazza Affari. Da allora hanno perso quasi 160 miliardi, due terzi del valore. Ma la caduta diventa ancora più consistente se si aggiungono i 54 miliardi di aumenti di capitale raccolti dal 2005 (e si potrebbe aggiungere anche il miliardo e mezzo della Vicenza se fosse andata in Borsa). Il valore perso supera quindi in totale i 200 miliardi. Che, per coincidenza, corrisponde anche allo stock di sofferenze lorde (relative però a tutti gli istituti, non solo ai quotati) di fine 2015.

Il bancocentrismo è finito forse anche perché, come ci è stato rimproverato, quando era il momento non abbiamo «salvato» abbastanza il nostro sistema con intervento pubblico. Un motivo di orgoglio più volte sottolineato che sembra essere tornato a casa con un «effetto boomerang».

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