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Sponsor, mani legate al Fisco

Sulle sponsorizzazioni alle società e associazioni dilettantistiche nessuna valutazione di congruità e di inerenza da parte del fisco. Una volta verificata l’esistenza e la realtà delle sponsorizzazioni, nonché la controprestazione eseguita dalla società o associazione sportiva, le spese sostenute devono essere considerate, entro il limite annuo di 200 mila euro, spese di pubblicità deducibili dal reddito d’impresa nell’esercizio in cui sono sostenute o in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro successivi.

Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni desumibili dalla lettura dei dispositivi delle più recenti sentenze delle corti di merito sull’annoso e dibattuto tema della deducibilità o meno delle spese per sponsorizzazione.

Tutte e quattro le sentenze riassunte nella tabella in pagina, hanno un denominatore comune: le somme erogate a titolo di sponsorizzazione rientrano nei parametri qualitativi e quantitativi contenuti nel comma 8 dell’articolo 90 della legge n. 289 del 2002. Sono cioè effettuate a favore di società, associazioni sportive dilettantistiche, enti e fondazioni, nel limite annuo complessivamente non superiore a 200 mila euro.

Una volta verificata tale condizione le commissioni di merito non hanno dovuto fare nient’altro che richiamare, più o meno testualmente, quanto la stessa amministrazione finanziaria ha avuto modo di precisare in via interpretativa circa la portata normativa della disposizione da ultimo richiamata.

In particolare, i giudici tributari hanno fatto riferimento al contenuto della circolare n. 21/e del 22 aprile 2003 nella quale si asserisce, testualmente, che la norma contenuta nella legge 289/2002 introduce nell’ordinamento tributario una presunzione assoluta circa la natura di tali spese che vengono considerate, entro il limite dei 200 mila euro su base annua, comunque spese di pubblicità che come tali si rendono integralmente deducibili ai fini del reddito d’impresa ai sensi dell’articolo 74, comma 2 del Tuir (ora 108, comma 2).

Sulla base di tale interpretazione e nei limiti del suddetto importo, deve ritenersi escluso qualsiasi sindacato di merito da parte degli organi verificatori circa l’utilità di tali spese, la loro inerenza, la loro capacità di apportare maggiori ricavi o proventi al soggetto erogatore.

Ovviamente nei giudizi di merito esaminati si è comunque preso atto dell’esistenza di almeno due requisiti di base espressamente richiesti nel suddetto documento di prassi amministrativa sopra richiamato, ovvero: che i corrispettivi erogati devono essere necessariamente destinati alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante e che deve essere riscontrata, a fronte dell’erogazione stessa, una specifica attività del beneficiario della medesima. Si tratta dunque di verificare e accertare che la spesa sia effettiva, che il destinatario delle somme sia uno degli enti espressamente richiamati dalla norma, che oggetto della sponsorizzazione sia l’immagine aziendale o uno o più prodotti e che, infine, il beneficiario abbia adempiuto agli obblighi posti a suo carico nel contratto (affissione del cartellone pubblicitario ai bordi dello stadio, inserimento del marchio aziendale sulle magliette degli atleti e così via).

Le sponsorizzazioni effettuate a favore di società e associazioni dilettantistiche pongono dunque un freno alle attività di controllo e di sindacato di merito degli organi verificatori fiscali.

In presenza di queste particolari tipologie di spese è sull’ufficio accertatore che deve ritenersi ribaltato tutto l’onere probatorio potendosi il contribuente trincerare dietro la presunzione assoluta delle spese stesse quali spese di pubblicità interamente deducibili dal suo reddito d’impresa.

È in questa direzione che si esprime, per esempio, la Ctp di Reggio Emilia (sentenza n. 116/2012) nella quale si afferma testualmente che in presenza di spese per sponsorizzazione di associazioni sportive dilettantistiche è l’Agenzia che deve dimostrare che tali rapporti di sponsorizzazione pubblicitaria non siano effettivamente intercorsi.

Allo stesso modo la Ctr Emilia-Romagna (sentenza n. 5/2008) secondo la quale la strategia pubblicitaria dell’imprenditore non è suscettibile di sindacato da parte dell’amministrazione finanziaria e i costi sostenuti per la sponsorizzazione di società sportive dilettantistiche sono da considerare comunque fiscalmente deducibili poiché finalizzati a portare a conoscenza di potenziali clienti la produzione del contribuente in correlazione diretta con un presunto incremento dei ricavi.

Duro anche il giudizio della Ctr Marche (sentenza n. 94/2011) in relazione all’attività di sindacato condotta dall’Agenzia delle entrate circa l’inerenza e la economicità delle spese per sponsorizzazione sostenute da una impresa a favore di società dilettantistiche. In particolare, rilevano i giudici marchigiani, non risultano condivisibili le eccezioni dell’ufficio circa la necessità di riferimento del messaggio pubblicitario ai soli soggetti direttamente interessati alla conoscenza dei prodotti commercializzati dall’impresa. E questo sia perché tale circostanza non è richiesta dalla normativa specifica, sia perché essa stessa costituisce al più, «una valutazione del rapporto costi, benefici rimessa esclusivamente al soggetto che ha inteso utilizzare lo strumento pubblicitario al fine di incrementare, auspicabilmente, il proprio volume d’affari».

In presenza di sponsorizzazioni a favore di società e associazioni dilettantistiche effettuate nei limiti e alle condizioni previste dalla legge n. 289/2002 l’attività di verifica del fisco si scontra dunque contro la presunzione assoluta di appartenenza delle spese stesse alla categoria delle spese di pubblicità. Un monito alle attività di verifica che trova conferme anche presso le corti di merito, le uniche finora interpellate e chiamate a decidere sull’annosa questione.

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