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Sponda Ue sulla manovra: aggancio al Recovery Plan

Il coordinamento europeo delle politiche di bilancio per il prossimo anno sarà rappresentato nei fatti dall’esame sui Recovery Plan nazionali, che si concentrerà sulla «qualità delle misure prese e pianificate per attutire l’impatto della crisi e sostenere la ripresa» mentre la «clausola di salvaguardia generale» che sospende il Patto di stabilità resterà attiva anche nel 2021.

Dalla lettera ai ministri delle Finanze europei firmata dal vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis e dal commissario all’Economia Paolo Gentiloni arriva una sponda importante all’obiettivo del governo italiano di accelerare nella definizione dei pilastri del Recovery Plan. Anche perché, come sottolinea il documento diffuso ieri, le manovre di bilancio che si prepareranno in autunno dovrebbero «nella misura più larga possibile tenere conto dell’attuazione delle riforme e degli investimenti prospettati nella Recovery and Resilience Facility». Anche su questo si baseranno i giudizi di novembre sui progetti di bilancio nazionali.

Che cosa significa, nella pratica, questa indicazione? La prima ricaduta diretta è nei Documenti programmatici di bilancio (Dpb) che i Paesi dell’Eurozona devono inviare alla Commissione entro il 15 ottobre. Questi documenti, evoluzione dettagliata dei programmi nazionali che nel caso italiano sono contenuti nella Nadef attesa all’inizio della prossima settimana, indicano gli obiettivi che i governi si pongono sul quadro macroeconomico e sui saldi di finanza pubblica, ma dettagliano anche le principali misure delle manovre in cantiere e gli effetti che ci si attendono sui conti pubblici. Su questa base, Dombrovskis e Gentiloni chiedono ai governi di «fornire informazioni sulle entrate e sulle spese correlate alla Recovery and Resilience Facility incluse nei piani di bilancio».

In prima battuta, insomma, l’esecutivo comunitario invita i governi a fotografare nel piano di bilancio almeno i numeri chiave dei piani di ricostruzione che intendono attuare con il sostegno dei meccanismi europei. Una richiesta più dettagliata non c’è, per due ragioni: il calendario della Recovery and Resilience Facility dà tempo ai Paesi fino ad aprile 2021 per presentare il proprio Piano definitivo da sottoporre all’esame di Commissione e Consiglio. Ma soprattutto, come ribadisce la stessa lettera diffusa ieri, gli strumenti attuativi della Facility dovrebbero diventare operativi «all’inizio del prossimo anno».

Proprio questo aspetto alimenta le incognite tecniche sulla possibilità di dettagliare in legge di bilancio le singole misure specifiche che ambiscono all’aiuto comunitario (Il Sole 24 Ore di ieri). Anche perché il semaforo verde ai finanziamenti arriverà dopo la proposta della Commissione e l’approvazione finale del Consiglio europeo, in un percorso che può durare tre mesi.

Ma la lettera Ue conferma che molto si può fare. Una strada possibile appare quella di avviare interventi con fondi nazionali da affiancare e sostituire con quelli comunitari una volta chiuso l’iter ufficiale del Piano, con un meccanismo di “subordinazione” all’approvazione Ue come accade per esempio nelle norme nazionali che vanno autorizzate in base al Temporary Framework sugli aiuti di Stato (si veda l’articolo a fianco). Ad aiutare c’è anche il fatto che dal punto di vista dei saldi di finanza pubblica i sussidi comunitari, piatto forte della prima fase del Piano, viaggerebbero in parallelo al bilancio dello Stato, con una modalità analoga a quella seguita dai fondi Ue per le politiche di coesione, e non dovrebbero incidere su deficit e debito (con l’ok di Eurostat). Va letto quindi anche in questa chiave l’invito dei due commissari europei a indicare le principali «entrate e spese» che dovrebbero caratterizzare i Recovery Plan nazionali.

Ma al di là delle complesse questioni tecniche che animano questo meccanismo inedito nel rapporto fra Bruxelles e le Capitali, è la sostanza politica del messaggio di Dombrovskis e Gentiloni a puntare con decisione nel segno dell’accelerazione. Perché per superare la crisi, come ha spiegato ieri pomeriggio lo stesso commissario all’Economia in un dibattito organizzato dallo European Business Summit, per superare la crisi «non abbiamo bisogno solo di soldi, ma anche di strategie e di programmi». E tocca prima di tutto ai Paesi costruirli.

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