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Spiraglio per le rivalutazioni

Una perla del fisco che solo la razionalità dei giudici riesce a sciogliere. Ma sulla quale le Entrate stanno riflettendo seriamente.
Le vicende sulle plusvalenze immobiliari si assomigliano un po’tutte, a giudicare dalle pronunce della giurisprudenza tributaria e di Cassazione (si veda l’altro articolo nella pagina). È pericolosamente frequente, infatti, che un contribuente, dopo aver approfittato di una delle frequenti occasioni di rivalutare le aree edificabili, pagando un’imposta sostitutiva piuttosto conveniente (il 4%), avvicini il valore a quello di mercato in modo da non pagare (o quasi) imposte sulle plusvalenze realizzate al momento della vendita. Un patto (chiaro, una volta tanto) con lo Stato, che in cambio di «pochi maledetti e subito» evita di inseguire contenziosi, tentativi di elusione o di evasione, entrate aleatorie. In molti hanno usato questo strumento, soprattutto quando l’area edificabile è stata acquistata molto tempo fa a importi irrisori. Ma su questo patto, complice la crisi, negli ultimi anni si sono stese fosche nubi di diffidenza. In questi anni, infatti, è capitato abbastanza di frequente che, nell’atto di vendita di questi bene “affrancati”, sia stato omesso di indicare che era stata operata la rivalutazione. Una semplice dimenticanza formale che, ovviamente, non toglieva nulla alla sostanza della faccenda: cioè, se il valore di vendita fosse uguale o inferiore a quello rivalutato, nessuna imposta sarebbe dovuta, se invece fosse superiore la base imponibile sarebbe costituita solo dalla differenza (quasi sempre minima). Ma la mancata indicazione ha subito scatenato la fantasia del fisco, che ha messo in atto una strategia inutilmente punitiva, culminata con la circolare 1/E del 2013, la quale in sostanza affermava che, in caso di mancata indicazione nell’atto della rivalutazione effettuata, l’ufficio poteva ignorare la rivalutazione, ricalcolando la differenza tra il valore storico di acquisto e quello reale al momento della vendita. Il risultato è la completa vanificazione dell’affrancamento e una valanga di tasse da pagare. Inutilmente i contribuenti si presentavano spiegando che il valore cui fare riferimento era quello rivalutato: l’amministrazione andava avanti a testa bassa.
A questo punto, però, a quanto risulta al Sole 24 Ore, con il cambio della guardia Befera-Orlandi una riflessione sta maturando e, nell’ottica di un’economia sui contenziosi insensati e sui cavilli formali e soprattutto di un’attenzione ai contribuenti, potrebbe vedere la luce un provvedimento meglio calibrato, dove l’accertamento sia limitato ai casi in cui l’intento di evasione sia palese e non si estenda a quelli in cui la mancata indicazione derivi da un semplice errore formale che possa essere corretto facilmente, possibilmente in autotutela. Uno spiraglio, dunque, per evitare contestazioni spessod estinate a essere ribaltate dalle decisioni dei giudici.

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