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Spiragli per gli avvocati

Per gli avvocati le porte dell’amministrazione condominiale non sono definitivamente chiuse.

È possibile una interpretazione della riforma forense (legge n. 247/2012) che non precluda ai legali di svolgere l’attività di gestione delle compagini condominiali.

Tra l’altro sarebbe un ritorno all’impostazione tradizionale, ante riforma, aperta alla compatibilità tra la professione di avvocato e quella di amministratore condominiale.

Si tratta di verificare se reggono, alla luce della legge di riforma della professione forense, gli argomenti che il Consiglio nazionale forense aveva utilizzato per sostenere la interpretazione possibilista. In particolare il Consiglio nazionale forense, nei pareri n. 18/1995, n. 104/2000 e ancora del 29 gennaio e 5 giugno 2009, n. 26, si era pronunciato per la compatibilità.

Innanzi tutto si era messo in evidenza (e la circostanza è ancora valida) che le incompatibilità rappresentano forme di restrizione di diritti soggettivi perfetti (anche se disposte dall’ordinamento in omaggio ad un superiore interesse pubblico) e che perciò vanno applicate con un canone di stretta interpretazione e senza che siano ammissibili letture estensive.

In sostanza non bisogna andare al di là della stretta interpretazione, senza interpretazioni estensive o analogiche.

Nei pareri il Cnf descriveva l’attività di amministratore di condominio come un’attività di gestione di rapporti giuridici in favore dei condomini e rilevava che l’amministratore è nominato dall’assemblea dei condomini e può essere da questa in ogni tempo revocato.

Anche questi aspetti sono tuttora validi, anche dopo la legge di riforma del condominio (legge 220/2012).

Dalle considerazioni riportate il Cnf osservava chiaramente che non sussistesse alcun vincolo di subordinazione tra il mandante (condomini riuniti in assemblea) e il mandatario (amministratore) e che, pertanto, l’attività inerente all’incarico gestorio potesse essere svolta dall’amministratore in forma completamente indipendente, e cioè in modo compatibile con la condizione di avvocato.

Neppure nella riforma del condominio si individua uno status dell’amministratore quale soggetto subordinato al condominio. Nei pareri del Cnf si aggiungeva che, in assenza di un albo degli amministratori di condominio, il professionista può svolgere le connesse attività permanendo sottoposto alle norme deontologiche degli avvocati e alla correlativa potestà disciplinare del Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

La conclusione dei pareri del Cnf era che l’avvocato poteva svolgere l’attività di amministratore di condominio, ma pur sempre nel pieno rispetto dei canoni di dignità e decoro della professione forense.

Secondo una impostazione restrittiva con la nuova legge professionale potrebbero, invece, emergere cause di incompatibilità. L’attività di amministratore di condominio è diventata, in effetti, attività di lavoro autonomo, svolta necessariamente in modo continuativo o professionale. Dal canto suo la riforma forense esclude che l’avvocato possa esercitare qualsiasi attività di lavoro autonomo svolta continuamente o professionalmente, fatte salve alcune eccezioni tassative. Tra queste non compare, in effetti, l’amministrazione dei condomini.

Tuttavia la necessità di una lettura restrittiva delle incompatibilità potrebbe portare al risultato di confermare la liceità dell’attività di amministratore di condominio per gli iscritti all’ordine forense.

Non occorrerebbe, infatti, una norma che lo consenta espressamente, essendo sufficiente che la legge non lo escluda espressamente.

Sul punto è intervenuta l’Associazione nazionale avvocati italiani, che enumera le possibili attività dell’avvocato: assiste e difende in giudizio il cittadino, può esprimere pareri e svolgere attività di consulenza, può assumere la funzione di arbitro, di mediatore, di custode giudiziario, di amministratore giudiziario, di curatore, di consigliere di amministrazione nelle società di capitali e anche l’incarico di amministratore di condominio.

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