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Spiragli nel crollo della meccanica

I segnali di un recupero ci sono: la produzione metalmeccanica è cresciuta dell’1,8% nei primi sei mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma la strada è in salita e i primi segnali di ripresa sono a macchia di leopardo, come ha sottolineato ieri il vicepresidente di Federmeccanica, Alberto Dal Poz, con la produzione di mezzi di trasporto che ha segnato +25,8%, mentre gli altri comparti confermano la sofferenza: le imprese metallurgiche perdono il 3,8%, quelle del comparto dei prodotti in metallo registrano un trend negativo del 4,3% e le costruzioni di apparecchi elettrici ed elettrodomestici calano dell’1,3 per cento.
Il miglioramento registrato, inoltre, è dovuto soprattutto all’export e non alla domanda interna. Il direttore della Federazione, Stefano Franchi, ha parlato di uno scenario «post bellico, anche se non c’è stata una guerra», con l’Italia che è ancora trenta punti sotto il livello di produzione del 2007, mentre la Germania ha già recuperato più del 4%, e quasi 22 miliardi di richezza perduta.
Comunque c’è la volontà di aprire le trattative per il nuovo contratto. «Ma più che di rinnovo bisogna parlare di rinnovamento, lo scenario del settore ci impone un’azione di ricostruzione e di riforma», ha detto Franchi, specificando che al tavolo saranno chiamati tutti i sindacati in base alle regole sulla rappresentanza. Tavolo che potrebbe partire già la prossima settimana. La Uilm, come ha annunciato il numero uno, Rocco Palombella, che ha apprezzato la posizione di Federmeccanica, presenterà la piattaforma venerdì. La trattativa si avvierà senza un’intesa a livello nazionale. «Una cornice avrebbe aiutato, ma è bizzarro sostenere che le regole si possano fare dopo i contratti», ha detto Franchi, riferendosi implicitamente alla posizione della Cgil.
Lo scenario «post bellico» evocato da Franchi c’è tutto, nei numeri degli ultimi anni. Dal 2000 al 2007 la produzione industriale metalmeccanica ha perso il 29,4%, cedendo il passo in maniera molto più violenta rispetto a quanto hanno fatto, nello stesso periodo, i comparti non legati alla metalmeccanica (-19,4%) o la manifattura in generale (-23,8 per cento). L’Italia ha perso terreno nei confronti dei competitor diretti di Germania e Francia. Persino il Regno Unito, dove l’industria metalmeccanica non riveste più da tempo un ruolo rilevante, ha retto l’urto meglio del made in Italy.
Il prezzo della frenata di questi anni è l’arretramento sui mercati. La quota di mercato delle esportazioni nel comparto delle macchine e degli apparecchi meccanici è scesa dal 7,3% al 6,6%, nei metalli è passata dal 4,7% al 4%, nel comparto dell’ottica e dei computer si è scesi dall’1% allo 0,7%, l’elettromeccanica è arretrata dal 5,3% al 3,7%, i mezzi di trasporto sono calati dal 3,4% al 2,7 per cento. Preoccupante anche l’emorragia del valore aggiunto, sceso dai 119 milioni del 2007 ai circa 100 milioni del 2014, per un calo del 18 per cento. Anche il mercato del lavoro, infine, ha pagato un prezzo pesante: 252.600 gli occupati in meno (-13,1%) nel settore nel 2014 rispetto ai circa 1,9 milioni del 2007, mentre la produttività è rimasta pressochè stabile (+0,9% la crescita secondo un’elaborazione di Federmeccanica sui dati Istat), con una dinamica salariale cresciuta invece del 23,6 per cento.
Ora che le ruote hanno ripresa a girare, bisogna distribuire la ricchezza dove si produce, e quindi puntare sulla produttività, anche per compensare i quasi 35 punti di aumento del clup, il costo del lavoro per unità di prodotto, che l’Italia ha registrato rispetto alla Germania dal 2000 ad oggi (i tedeschi sono rimasti stabili). Servirebbe una stabilizazione, se non un aumento, della decontribuzione dei salari di produttività, ha detto Dal Poz, che ha giudicato positivamente l’intenzione del governo di tagliare le tasse: «bene il taglio sulla prima casa, che è un bene rifugio per gli italiani e dà fiducia. Ma ci lascia frustrati che non si agisca anche su lavoro e imprese». Infine sul caso Volkswagen, Dal Poz ha sottolineato che molte aziende italiane lavorano in subfornitura per la Germania: «guardiamo con grande attenzione l’impatto. Preoccupazione sì, allarmismo no».

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