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Spinta Ue all’internazionalizzazione

Trecento miliardi per rilanciare la crescita in Europa è il mandato con cui la Commissione Ue è uscita dieci giorni fa dall’Ecofin di Milano. Se l’export è uno degli ingredienti chiave per la ripresa, una parte di questi fondi dovrà andare ai progetti di internazionalizzazione delle imprese europee.
Per conoscere la mappa degli interventi, e l’ammontare degli stanziamenti per le aziende che puntano a crescere sui mercati esteri, bisognerà attendere metà novembre, quando è prevista la prima bozza del piano di Bruxelles. Nell’attesa, però, le imprese possono attingere a quello che l’Europa ha già messo in campo. Che non è poco: a sostegno dell’internazionalizzazione ci sono già 100 miliardi a livello europeo da qui al 2020. Quanto per l’Italia? Ben 15 miliardi. Fanno due miliardi all’anno, pronti all’uso.
Per Il Sole 24 Ore ha fatto i conti Germana Di Falco, che insegna Finanziamenti per l’internazionalizzazione al Nibi, il Nuovo istituto di Business Internazionale della Promos di Milano, ed è esperta in politiche e programmi per lo sviluppo. Di Falco è stata coordinatrice dello staff di Presidenza Commissione Bilancio e Programmazione alla Camera dei Deputati, e sta per tenere a battesimo il nuovo corso di Finanziamenti per l’internazionalizzazione del Nibi, al via il 17 di ottobre.
«Sommando fondi strutturali, fondi a gestione diretta e prestiti agevolati – spiega l’esperta – l’Europa mette sul piatto 100 miliardi di euro. Stimando che dei quasi 33 miliardi dati all’Italia con i fondi di coesione un 30% possa andare alle Pmi per l’internazionalizzazione, e che l’Italia si attesti su una capacità media del 10% di assorbimento del budget rispetto ai fondi a gestione diretta, possiamo dire che ci sono già almeno 15 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 per contributi e agevolazioni alle imprese che vogliono internazionalizzarsi».
Quali sono, esattamente, questi bancomat europei a cui attingere? Possiamo dividere i finanziamenti Ue all’internazionalizzazione in quattro categorie. I più ricchi sono i fondi a gestione diretta: Horizon 2020, con la sua dote da 80 miliardi di euro, e Cosme, con un budget di 2,3 miliardi. «L’aspetto cruciale di questi programmi – spiega Di Falco – è che i soldi non vengono distribuiti, ma vanno conquistati attraverso procedure competitive che vedono ancora una eccessiva timidezza delle imprese italiane».
Poi ci sono i fondi di coesione, o fondi strutturali: «La dotazione è di quasi 33 miliardi – prosegue l’esperta – di questi, il 40% si tradurrà in contributi a fondo perduto e in agevolazioni che guardano alle imprese e vedono nell’internazionalizzazione una delle priorità strategiche per i prossimi sei anni, secondo appunto l’agenda di Europa 2020». Il terzo gruppo è quello dei prestiti Fei e Bei, mentre il quarto è quello dei finanziamenti agevolati, cofinanziati da risorse comunitarie e veicolati attraverso le regioni e le finanziarie regionali: come ad esempio il fondo Made in Lombardy, gestito fa Finlombarda.
«Oggi ci sono tanti soldi, paradossalmente quasi troppi, che parlano di internazionalizzazione – commenta Di Falco – il problema è che questi programmi parlano pochissimo tra di loro». Ecco perché, se dovesse dare un ipotetico consiglio a chi, a Bruxelles, si occuperà del nuovo piano di rilancio della crescita, suggerirebbe tre cose: «La prima è di programmare in maniera coerente le risorse disponibili; la seconda è di agevolare l’internazionalizzazione a lungo raggio, agendo sulla difesa dell’originalità dei nostri prodotti (come (ha fatto il Commissario Tajani) e sulla semplificazione. La terza, infine, è di concentrare le risorse disponibili su grandi progetti di incubatori all’estero delle imprese europee, perché il difficile non è esportare, ma restare nei paesi di sbocco».

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