Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Spinta all’export e deflazione addio Ora l’Italia fa il tifo per la svalutazione

Mini-euro? Sì, grazie. L’Italia aspetta da anni come manna dal cielo – e finora con scarsi risultati – un deprezzamento della divisa unica. A spiegare il perché basta un numero: +1,3%. L’aumento garantito in tre anni al Pil tricolore (stima dell’ufficio studi di Confindustria) da un calo del 10% della valuta Ue sul dollaro. Cifra più che sufficiente per compensare i 6 miliardi di spesa energetica in più necessari per fare il pieno all’auto e pagare le bollette di luce e gas e digerire un po’ di inflazione. Ecco, voce per voce, i pro e i contro di un euro più debole.

PIL ED EXPORT
Su questo fronte, l’effetto del mini-euro è chiaro: sarebbe un toccasana per imprese ed economia tricolori. Un deprezzamento del 10% sul biglietto verde – calcola viale dell’Astronomia – regalerebbe 20 miliardi in tre anni al Prodotto interno lordo italiano. E aumenterebbe di molto (+2,4%) la competitività delle nostre aziende nei confronti dei concorrenti che vendono le loro merci in altre valute.
Le esportazioni di beni e servizi dell’”Italia Spa” fuori dalla Ue valgono circa 235 miliardi l’anno, il 59% del totale. Un euro a 1,2 euro (dove lo vorrebbe Mario Draghi) rispetto agli 1,4 di luglio scorso basterebbe così a far crescere le nostre vendite all’estero di 11 miliardi l’anno. Per capire i danni del caro-cambi, del resto, basta guardare i bilanci del primo semestre 2014 delle grandi aziende quotate: a Fiat è costato il 5% del fatturato. A Pirelli addirittura il 10% delle entrate.
IL CARO-CARBURANTI
È la nota più dolente di un deprezzamento dell’euro. Un calo del 10% della moneta unica, stimano a Nomisma, aumenterebbe di 6 miliardi la nostra bolletta per greggio e gas, allargando il deficit energetico nazionale a 66 miliardi. Il costo di un rifornimento di benzina verde da 50 litri – a parità di prezzo al barile – salirebbe da 89 a 94 euro (le accise rimarrebbero invariate). A rischio stangata, con rialzi del 4-6%, sarebbe pure la spesa per luce e gas. A festeggiare sarebbe invece lo Stato visto che gli incassi per l’Iva sui carburanti potrebbero salire di 1,5 miliardi l’anno.
A mitigare l’effetto del mini-euro potrebbe però essere il calo in termini assoluti del prezzo del greggio. Il rafforzamento del dollaro sui mercati valutari, infatti, è stato quasi sempre accompagnato da una flessione delle quotazioni del petrolio sul mercato delle materie prime. E anche questa volta non pare fare eccezione: a giugno, con l’euro nella stratosfera a quota 1,4, un barile di greggio Wti costava 104 dollari. Ieri ne bastavano 92.
IL REBUS INFLAZIONE
Anche qui, nessun dubbio: il mini-euro farebbe ripartire i prezzi. Di quanto? Uno studio della Bce dice che la flessione del 10% corrisponde a un aumento dello 0,5% dell’inflazione. Salirebbero così i tassi di mercato e le rate dei mutui, la spesa al mercato ci costerebbe un po’ di più, crescerebbero i rendimenti di Bot e Btp e l’Italia pagherebbe qualcosa in più anche per onorare gli interessi sul debito (oggi attorno agli 80 miliardi l’anno).
Il gioco però, specie dal punto di vista di Mario Draghi, vale la candela: un rialzo controllato del costo della vita consentirebbe all’Europa, Belpaese compreso, di sfuggire al rischio della stagflazione (la combinazione di economia al palo e inflazione negativa), uno scenario da incubo per le nazioni con altissimo debito pubblico come la nostra.
IL TURISMO
Il calo dell’euro regalerebbe una bella boccata d’ossigeno al turismo in Italia. Il calcolo è semplice: a giugno scorso un turista americano doveva pagare 139 dollari per una camera d’albero da 100 euro. Oggi la stessa sistemazione gli costa già 8 dollari in meno. Se la moneta unica scendesse a 1,2 euro – il livello cui punta la Bce – il risparmio sarebbe di ben 20 dollari. Lo stesso effetto cambio ci sarebbe per il conto del ristorante, gli ingressi ai musei, i biglietti dell’alta velocità e i vaporetti di Venezia. Risultato: le vacanze nel Belpaese diventerebbero all’improvviso molto più convenienti rispetto alla concorrenza delle mete extra-Ue che negli ultimi anni hanno fatto fortuna grazie a supereuro. I turisti stranieri hanno speso in Italia nel 2013 secondo Banca d’Italia 33 miliardi.
L’altra faccia della medaglia – a voler cercare il pelo nell’uovo – è che per gli italiani imbarcarsi in un viaggio fuori dal Vecchio Continente costerà, causa capricci valutari, di più.
GLI INVESTITORI
Un altro benefico effetto collaterale della moneta debole sarebbe l’aumento dell’ appeal dell’Italia per gli investimenti esteri. La forza della divisa unica (assieme ai nostri cronici deficit strutturali) ha fatto crollare del 58% dal 2007 a fine 2013 i soldi scommessi dagli stranieri sul nostro Paese.
La valuta più debole potrebbe fare da volano per un’inversione di rotta: garantirebbe risparmi sul costo del lavoro e su quello per gli impianti a chi vuol aprire una fabbrica o comprare un’azienda delle nostre parti. E, magari, riuscirebbe a convincere qualche azienda italiana a fare retromarcia, riportando in patria almeno una parte della produzione delocalizzata oltrefrontiera negli ultimi anni.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Fumata quasi bianca. Positiva però non ancora abbastanza da far considerare chiusa la partita. Ieri...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La parola che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non voleva più nemmeno ascoltare, "lockd...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Nell’ultimo giorno utile per lo scambio dei diritti relativi all’aumento di capitale, il titolo ...

Oggi sulla stampa