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Spingiamo il lato (umano) dell’intelligenza artificiale

Tra le aziende italiane in rapida crescita, più di una su tre ha già investito nell’intelligenza artificiale, rendendola parte della strategia o integrandola in processi, prodotti e servizi. È il dato principale che emerge dalla nuova ricerca di Microsoft «Business leader in the age of AI», realizzata da KRC Research nel gennaio 2019 su un campione di 800 business leader in Usa ed Europa. Suona futuristico, ma in realtà l’intelligenza artificiale è già entrata del nostro quotidiano: ne fanno parte, per esempio, il cloud, cioè «la nuvola» di stoccaggio dati a disposizione con pochi clic, ma anche il machine learning, cioè i processi grazie ai quali i computer riescono ad analizzare i dati imparando dagli stessi e affinando sempre di più i processi di analisi. Insomma, tutto ciò che riguarda l’intelligenza intesa in senso ampio e non solo come mera capacità di calcolo.

In Italia, stando allo studio, gli investimenti sono in ritardo rispetto alla media degli altri paesi coinvolti ma le percentuali non sono poi così diverse: se da noi ha investito nel settore un’azienda su tre (il 36%), le media totale arriva a quattro su dieci (41%). Da noi però l’intenzione, rivela il sondaggio, sembra essere quella di ridurre e azzerare questo ritardo. Alla domanda se intendono aumentare gli investimenti dedicati nel breve termine il 93% dei leader di aziende a rapida crescita a livello globale ha risposto sì contro il 100% dei leader di quelle italiane (il 42,9% intende farlo entro un anno, un ulteriore 57,1% entro tre anni). Risultati che a Microsoft commentano con ottimismo: «I numeri dicono che l’Italia è pronta all’AI», afferma Barbara Cominelli, direttore marketing e operations della sede italiana del colosso del tech. Lo studio,dice Cominelli, evidenzia anche che «le aziende che crescono molto sono quelle più avanzate sul tema». L’interesse (e gli investimenti) nei confronti dell’AI delle aziende che crescono a ritmo lento appare infatti più contenuto: fra queste solo il 27% ha già puntato sull’intelligenza artificiale e solo l’87,5% prevede di farlo nel prossimo triennio. «Sembra un paradosso, anche perché i dati ci dicono che la voglia di imparare c’è — evidenzia la manager —. Il problema non è la tecnologia ma la comprensione della sua utilità: in azienda ci vogliono leader che sappiano come usarla».

Lo studio, infatti, riassume bene la situazione: solo il 75% dei leader italiani interrogati considera necessario aggiornarsi per comprendere meglio i benefici dell’intelligenza artificiale. Il 25% che manca all’appello «non è poco — ammette Cominelli — ma si può convincere: basta far capire che l’AI è uno strumento a disposizione per fare meglio ciò che già facciamo. Spesso, invece, la tecnologia viene percepita con timore. Se noi a Microsoft preferiamo parlare di intelligenza aumentata anziché di intelligenza artificiale è proprio per sottolineare che questo strumento non intende sostituire l’essere umano ma sfruttare al massimo le sue competenze». Sbloccando, magari, tempo per attività più utili a livello aziendale. I leader italiani hanno infatti dichiarato che vorrebbero usare il tempo guadagnato grazie all’aiuto dell’AI motivando i dipendenti (31%), dedicandosi ai processi decisionali (27%) e all’elaborazione delle informazioni (25%). Insomma, concentrandosi sul lato più «umano» del business.

«Il nostro è un Paese con grandi aspettative sul settore, addirittura maggiori di quelle di Usa ed Europa», conclude Cominelli. Lo studio lo conferma: tra i leader delle aziende italiane che crescono in fretta il 68% crede che l’AI impatterà molto su controllo e capacità di risoluzione dei problemi (contro il 44% di quelli delle aziende in crescita lenta), mentre un altro 68% è convinto che cambierà completamente la capacità di offrire linee guida strategiche (contro il 50% di quelli delle aziende in crescita lenta). La media globale è meno ottimista: i leader di aziende che crescono in fretta sicuri che l’intelligenza artificiale impatterà sulla risoluzione dei problemi non supera il 49% (e si ferma al 41,6% per quelli di aziende a crescita lenta). Mentre quelli certi che modificherà le linee guida strategiche sono il 48,6% (e il 36,2% di quelle a crescita lenta).

Greta Sclaunich

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