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Spese sotto il tiro delle rettifiche

Rettifiche basate sull’antieconomicità delle spese sempre più frequenti nei rapporti tra Fisco e contribuenti. Antieconomicità che, a volte, viene “corroborata” anche dall’abuso del diritto, come risulta dalla risoluzione n. 113/2012 delle Entrate e dalla recente sentenza della Corte di cassazione n. 3243/2013 (datata 11 febbraio).
La questione dell’antieconomicità è, in poche parole, la possibilità che l’amministrazione finanziaria avrebbe di sindacare la congruità delle spese e dei costi sostenuti dall’imprenditore (ad esempio, i compensi degli amministratori), così che, quando li ritiene troppo alti o sproporzionati, potrebbe procedere alla rettifica dei componenti negativi.
I limiti al Fisco
Si tratta, però, di capire quali sono in questi casi i limiti dell’attività di rettifica. Occorre partire dal presupposto che la vicenda dell’antieconomicità va senz’altro inquadrata in quella dell’inerenza. Quest’ultima è da intendersi come quel collegamento che vi deve essere tra un componente economico e l’attività esercitata dall’imprenditore (o da esercitarsi in via prospettica da parte dello stesso). L’inerenza è quindi questione essenzialmente di tipo qualitativo, nel senso che occorre verificare se c’è o meno questo collegamento. Tendenzialmente, quindi, la possibilità di rettifica di una spesa perché ritenuta troppo alta – che è vicenda di tipo quantitativo – non si dovrebbe coniugare con una questione di tipo qualitativo, qual è quella dell’inerenza. Si può però ritenere che una spesa sproporzionata faccia venir meno il collegamento con l’attività d’impresa.
Va tenuto conto, ulteriormente, che le possibili vicende di tipo quantitativo legate all’inerenza sono state sottratte appositamente dal legislatore alle parti in causa (contribuente e amministrazione finanziaria), per evitare defatiganti discussioni sulla parte inerente o meno di una spesa.
Questo è accaduto per tutti quei beni (o spese) i quali, per loro natura, si prestano anche a un impiego extra imprenditoriale, come le autovetture, i telefonini, le spese per alberghi e ristoranti e così via.
Per evitare, ad esempio, che il contribuente ritenga che le spese per le auto siano inerenti per un certo importo e l’amministrazione le ritenga, invece, per un altro, il legislatore ha predeterminato direttamente per legge l’inerenza dei componenti negativi (articolo 164 del Tuir), sottraendo qualsiasi giudizio di congruità della spesa alle parti in causa.
Contestazioni a due livelli
È evidente, allora, che quando l’Agenzia contesta la congruità di una spesa la questione si pone solo su due piani: quello della mancanza dell’inerenza in quanto si ritiene che non vi sia un legame con l’attività oppure si è sul piano delle presunzioni. In quest’ultimo caso sì è in presenza di presunzioni semplici, visto che il legislatore (a cui appartiene la prerogativa di disciplinare le presunzioni legali) è intervenuto per fissare l’inerenza sotto un profilo quantitativo solo per beni che si prestano a un impiego anche extra imprenditoriale. In pratica, se l’amministrazione vuole rappresentare che si è in presenza di evasione per effetto della deduzione di spese antieconomiche deve provarlo attraverso una serie di presunzioni gravi, precise e concordanti (in sostanza di una serie di elementi che portino a una certa probabilità del fatto presunto). Se, invece, l’Agenzia mette in discussione l’inerenza sotto il profilo qualitativo – cioè afferma che non vi è collegamento delle spese (ritenute abnormi) con l’attività – la questione non si pone neanche sotto il profilo della prova.
Il problema prove
La prova è necessaria per un fatto (articolo 2697 Codice civile); l’inerenza è invece legata a una valutazione: se c’è o meno il legame con l’attività.
Ecco perché molte sentenze (ad esempio, la recente Cassazione n. 3243/2013) non sembrano perfettamente in linea quando parlano di prova in capo al contribuente circa l’inerenza delle spese; oppure, in altre sentenze, viene affermato che la prova spetta all’amministrazione per le spese “necessarie” (come la sentenza della Corte 6548/2012).
Quando viene messa in dubbio l’inerenza, c’è invece un onere di allegazione dell’agenzia delle Entrate, la quale deve rappresentare i motivi per i quali non vi è il legame tra spesa e attività esercitata dal contribuente.

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