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Spese, no a compensazioni rapide

Per compensare le spese al giudice non basta dire che ricorrono «giuste ragioni».

Con la compensazione chi perde la causa non rimborsa a chi ha vinto le spese sostenute per pagarsi l’avvocato.

Proprio perché ognuno si paga il suo difensore (anche chi vince) la Cassazione ritiene che il giudice, quando dispone così, deve motivare analiticamente la sua decisione.

La sentenza deve indicare, infatti, le gravi ed eccezionali ragioni che hanno convinto il giudice a non addossare tutte le spese alla parte soccombente, descrivendo le precise circostanze o gli aspetti della controversia che hanno a fatto decidere in quella maniera.

Lo ha stabilito la sentenza n. 6279, depositata il 20 aprile 2012 dalla terza sezione civile della Corte di cassazione.

Nel caso specifico il debitore e un terzo soggetto pignorato sono riusciti a bloccare il pignoramento: hanno quindi vinto questa fase del giudizio. Eppure il giudice ha deciso di compensare le spese di lite tra le parti contendenti, ritenendo che vi fossero «giuste ragioni» per riconoscere il diritto alla rivalsa delle spese legali.

La sintetica motivazione non è stata per nulla accettata dai due vittoriosi, i quali hanno deciso di rivolgersi alla Corte di cassazione per ottenere una riforma della decisione del giudice di primo grado e la condanna al pagamento delle spese di lite a carico della parte soccombente.

La Corte romana ha accolto la richiesta dei ricorrenti ritenendo che la motivazione del giudice in punto spese fosse del tutto insufficiente alla luce di quanto disposto dall’articolo 92, comma 2 del codice di procedura civile (rubricato «condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese»). Questa norma, a seguito della modifica apportata dalla legge 18 giugno 2009, n. 69 dispone che se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni (prima bastava la ricorrenza di «giusti motivi»), esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.

Pertanto, stando alla lettera della norma, il legislatore pretende che la compensazione delle spese in assenza di reciproca soccombenza venga disposta solo quando sussistano «gravi ed eccezionali ragioni» da indicare nella motivazione della sentenza. Nell’accogliere il ricorso gli ermellini hanno chiarito che il giudice può compensare, in tutto o in parte, le spese del giudizio solo se le ragioni di tale scelta trovano un puntuale riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa, che devono essere debitamente indicate e descritte nella parte della motivazione della sentenza relativa alle spese processuali.

In definitiva il 50 e 50 delle spese può aversi o quando vi sia una soccombenza reciproca delle parti, oppure quando vi siano elementi di particolare importanza che convincano il giudice a ritenere equa tale ripartizione, e sempre che quest’ultimo sia in grado di darne atto per iscritto.

La decisione merita attenzione per gli effetti che è destinata a produrre.

I giudici non potranno più optare per la compensazione delle spese se non saranno sicuri di riuscire a motivare adeguatamente la loro decisione, posto che le clausole di stile devono ritenersi vietate.

Di conseguenza la parte vittoriosa, salvi casi eccezionali, non dovrà sopportare il peso economico di un processo che le ha dato ragione.

Il giudice non può neppure richiamarsi a motivi di opportunità

Ma il tema della compensazione delle spese è molto caldo, e già pochi mesi fa la sesta sezione della Cassazione era intervenuta sul tema in maniera abbastanza simile. (ordinanza 09/12/2011 n. 26466). In particolare, gli ermellini avevano stabilito che la compensazione delle spese processuali giustificata da «motivi di opportunità» rappresenta un motivo di accoglimento del ricorso per la Cassazione della sentenza. Quando il giudice dispone la compensazione, infatti, occorre anche che dia un adeguato supporto motivazionale alla sua decisione, anche perché le spese non possono mai essere poste a carico della parte che è risultata totalmente vittoriosa.

Il caso di merito riguardava la vicenda di una signora che era stata costretta a ricorrere in Cassazione perché, nella sentenza dove era risultata vittoriosa, era stata anche disposta la compensazione delle spese tra lei e le controparti. In una vicenda di malasanità che aveva vista la paziente danneggiata da un intervento chirurgico ricorrere contro la Asl e la regione Campania, i giudici di merito avevano rigettato gli appelli con i quali era stata dichiarata cessata la materia del contendere sulla domanda da proposta dall’attrice per il risarcimento dei danni subiti. La difesa della ricorrente, in Cassazione, aveva rilevato che la compensazione delle spese è stata fondata da «motivi di opportunità» e dall’«inesistenza di posizioni di netto contrasto». I giudici del Palazzaccio hanno così accolto il ricorso, ricordando il principio della «necessità di un adeguato supporto motivazionale a sostegno della disposta compensazione (Cass. Sez. Un., 30 luglio 2008, n. 20598)».

Pertanto la Corte, conformandosi al proprio costante orientamento in materia, ha accolto il ricorso e ha annullato la compensazione delle spese processuali, condannando i soccombenti al pagamento delle spese di tutti i gradi di giudizio

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