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Spese di giudizio anche all’autodifesa

Le spese di giudizio vanno liquidate anche all’avvocato che si è difeso da solo. Lo puntualizza la Corte di cassazione con la sentenza n. 189 della Seconda sezione civile depositata ieri.
La vicenda approdata sino al passaggio di legittimità aveva visto un avvocato opporsi a una normalissima multa emessa per infrazione al Codice della strada. L’opposizione era stata proposta in proprio dal legale durante tutto il procedimento e il tribunale di Milano, intervenuto in grado di appello dopo il primo verdetto del giudice di pace, pur dando ragione al ricorrente (l’amministrazione non aveva fornito prova della notificazione del verbale di contestazione), non aveva ritenuto di procedere all’addebito delle spese alla parte soccombente.
Il Tribunale aveva valorizzato la difesa in proprio da parte dell’avvocato, il fatto che l’amministrazione non avesse contrastato la pretesa e il fatto che non fosse stata iscritta a ruolo la sanzione. Tutte ragioni per le quali il tribunale aveva dichiarato irripetibili le spese di giudizio.
Il ricorso era così concentrato su alcuni elementi chiave. Il primo: proprio il fatto che l’amministrazione pubblica non avesse depositato documenti di cui, in questo modo, avrebbe testimoniato l’esistenza, doveva portare a escludere una trasgressione al principio generale del Codice di procedura civile, articolo 91, secondo il quale il giudice condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme agli onorari di difesa.
Inoltre, sottolineava il ricorso, non sarebbe neppure sostenibile che le spese del giudizio sarebbero irripetibili perchè eccessive o superflue, dato che si era resa necessaria comunque un’attività processuale indirizzata all’opposizione di una sanzione illegittima e alle successive impugnazioni sul tema delle spese. Alla Cassazione così veniva chiesto se poteva considerarsi applicabile l’articolo 92 del Codice di procedura e quindi considerare irripetibili le spese sostenute per la proposizione di giudizi che si sono rivelati fondati e necessari per annullare provvedimenti ingiusti.
La Corte, nell’affrontare l’argomento, ricorda innanzitutto che la condanna alle spese non ha una natura sanzionatoria e non rappresenta neppure un risarcimento del danno. Si tratta piuttosto di un’«applicazione del principio di causalità», che fa pesare l’onere delle spese su chi ha provocato la necessità del processo. L’unica eccezione, Codice alla mano, è prevista quando la parte vincitrice si è sottratta ai doveri di lealtà e onestà oppure nei casi di soccombenza reciproca o, ancora, per gravi ed eccezionali ragioni. In questi casi il giudice può disporre l’irripetibilità delle spese o la loro compensazione.
Ora, afferma la Cassazione, l’avvocato rappresentava la parte chiaramente vincitrice e e non ci sono ragioni perchè non seguire il principio della soccombenza. L’essersi avvalso della facoltà di difesa personale non può avere alcun effetto, visto che questa «non incide sulla natura professionale dell’attività svolta in proprio favore e, pertanto, non esclude che il giudice debba liquidare in suo favore, secondo le regole della soccombenza e in base alle tariffe professionali, i diritti e gli onorari previsti per la sua prestazione». Inoltre la soccombenza non va riferita a un’esplicita contestazione del diritto fatto valere in giudizio, che può anche essere assente, ma fatto oggettivo di avere provocato la necessità del processo.

Giovanni Negri

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