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Spese compensate in casi tassativi

Chi perde paga. Cittadini e avvocati che valutano di iniziare una causa o resistere in giudizio, da giovedì scorso, 11 dicembre, devono fare i conti con questa nuova regola.
A stabilirla è la mini-riforma della giustizia, vale a dire il Dl 132/2014, convertito dalla legge 162/2014. L’articolo 13 del Dl ha infatti riscritto il comma 2 dell’articolo 92 del Codice di procedura civile, mettendo la parola fine alla compensazione delle spese di lite basata su ragioni, pur gravi ed eccezionali, comunque lasciate alla libera valutazione del magistrato.
La novità ha il dichiarato fine di «disincentivare l’abuso del processo», come afferma la relazione illustrativa al Dl 132/2014. Con questo obiettivo, la norma stabilisce che, nei processi che iniziano dall’11 dicembre 2014, il giudice può compensare (parzialmente o per intero) le spese tra le parti solo «se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti».
Tre ipotesi tipiche e tassative, che costituiscono i limiti – più stringenti rispetto al passato – del principio generale contenuto nell’articolo 91, comma 1, del Codice di procedura civile, secondo cui il giudice, con la sentenza che chiude il processo, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare.
Il primo motivo che giustifica la compensazione è la soccombenza reciproca, come già era previsto dal Codice di procedura civile prima della modifica. Ciò ricorre non solo in caso di accoglimento (o rigetto) di più domande contrapposte presentate nello stesso processo, ma anche quando il giudice accoglie solo uno o più capi dell’unica domanda proposta dall’attore oppure riduce in modo significativo l’importo richiesto.
La novità della questione trattata è una delle ipotesi che la giurisprudenza aveva già incluso tra i giusti motivi per la compensazione delle spese. Il Dl 132/2014 dispone adesso che la novità della problematica (giuridica o di fatto) può bloccare la condanna a carico del soccombente solo se sia «assoluta». Questa caratteristica dovrebbe ricorrere quando il giudice deve decidere una questione su cui la Cassazione non si è ancora pronunciata. Ciò perché la Corte suprema è l’organo chiamato ad assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» nonché «l’unità del diritto oggettivo nazionale» (articolo 65 dell’Ordinamento giudiziario) e dunque a porre un punto fermo sulla portata delle norme di diritto. Dopo la decisione del giudice di legittimità qualunque problematica non è (né comunque si può ritenere) più «nuova», tenuto conto della molteplicità dei canali di accesso alle pronunce della Cassazione. Inoltre, la novità deve riguardare la «questione trattata». Neanche le tesi giuridiche più argomentate, benché proposte su questioni nuove, saranno dunque idonee a impedire la rifusione delle spese di lite se il giudice non esamina il merito della questione ma si limita a una pronuncia di rito (come il proprio difetto di giurisdizione e di competenza).
La terza ipotesi in cui è ora consentita la compensazione delle spese di lite è costituita dal «mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti». Il caso ricorre quando la parte che perde la causa ha prospettato una soluzione giurisprudenziale a sé favorevole, mentre il giudice le ha dato torto in base a una diversa e nuova interpretazione della legge. Attenzione, però, perché il nuovo testo dell’articolo 92 richiede un revirement, e cioè uno stacco rispetto a quanto univocamente affermato in passato. Si è quindi fuori da questa ipotesi quando sulla problematica si era già verificato un contrasto di giurisprudenza.

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