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Spese col minimo

di Debora Alberici  

Il giudice che liquida le spese di giudizio in favore del legale non può scendere sotto i minimi tariffari. Questo perché il decreto Bersani opera solo fra cliente e professionista e non nella liquidazione giudiziale delle spese di lite.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con l'ordinanza n. 7293 del 30 marzo 2011, ha sancito espressamente «che l'eliminazione dei minimi tariffari disposta dall'art. 2 del dl n. 223 del 2006 opera tra cliente e professionista, ma non anche in sede di liquidazione da parte del giudice in ossequio al principio della soccombenza».

Insomma gli Ermellini hanno accolto il ricorso di una donna presentato contro il comune di Roma, parte soccombente in un giudizio di opposizione a cartella esattoriale. Insomma, dice la Cassazione, ha sbagliato il Tribunale della Capitale a compensare senza motivi le spese nonostante la soccombenza dell'ente locale. Anche perché, si legge a un certo punto delle motivazioni, «non può essere condivisa la tesi del comune di Roma, secondo cui sarebbe venuta meno l'obbligatorietà dei minimi tariffari con riferimento alla liquidazione giudiziale delle spese di lite».

Se è vero infatti che il decreto Bersani ha disposto con l'articolo 2, in conformità alle regole della concorrenza, l'abrogazione delle disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero-professionali, l'obbligatorietà delle tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, è altrettanto vero che la stessa legge salva «le disposizioni riguardanti l'esercizio delle professioni reso nell'ambito del SSn, nonché le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti».

Insomma secondo la Cassazione «è evidente che l'abolizione dei minimi tariffari può operare nei rapporti tra professionista e cliente ma l'esistenza della tariffa mantiene la propria efficacia allorquando il giudice debba procedere alla regolamentazione delle spese di giudizio in applicazione del criterio della soccombenza».

Dunque il Tribunale ha sbagliato a liquidare cumulativamente le spese del giudizio di primo e secondo grado ma, ciò che più conta, è che ha sbagliato «perché la misura complessivamente liquidata appare lesiva delle tariffe professionali specificate nel ricorso». E poi ancora perché «lo scostamento dalla nota spese depositata dal difensore non è sorretto da alcuna motivazione».

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