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Spesa pubblica senza qualità

Alcuni diranno che si tratta di un’altra delle fatiche di Sisifo. La spending review edizione 2012 in che cosa si differenzia dalle altre che l’hanno preceduta? Piero Giarda, nelle cui mani riposa, è il miglior esperto italiano di finanza pubblica: per 15 anni ha presieduto la Commissione tecnica per la spesa pubblica, e l’ha abbandonata solo per fare il sottosegretario al Tesoro, negli anni cruciali della corsa all’euro (dal 1996 al 2001): prima col Governo Dini, poi col primo Governo Prodi, col primo e secondo Governo D’Alema e infine col Governo Amato. Gran sacerdote di tante leggi di bilancio, si è guadagnato il rispetto bipartisan dei parlamentari presso i quali era delegato a difendere e discutere la Finanziaria di turno. Se c’è qualcuno che conosce ogni vite e ogni bullone della spesa pubblica italiana, compresi i barocchi passaggi fra competenza e cassa, le matasse ingarbugliate della Tesoreria e i labirintici sentieri delle finanze comunali, provinciali e regionali (responsabili per più della metà della spesa), è lui. Questa spending review, per quel che riguarda l’analisi, è semplicemente un aggiornamento delle consorelle del passato: studi pregevoli che ci ripetono tante “storie dell’orrore”. Il costo annuo per abitante della prefettura è di 40 euro a Isernia e di 3,90 euro a Milano, in Sicilia c’è un carcere con 32 secondini e 24 detenuti, i costi-standard delle cure sanitarie variano in modo inspiegabile nelle diverse Regioni…
Tanti documenti del passato sono stati passati ai ministri di turno. E che cosa è successo? Sarebbe ingeneroso dire che non è successo nulla. Negli ultimi due anni (dal 2009 al 2011) la spesa pubblica totale è rimasta ferma e quella primaria (al netto degli interessi) è addirittura diminuita, cosa mai successa prima. Il guaio è che la spesa primaria nel 2009 aveva raggiunto un picco storico, in assoluto e in percentuale del Pil. In quell’annus horribilis, quando il Pil reale perse il 5% e quello nominale calò di 55 miliardi di euro, la spesa primaria si impennò del 5%, e i livelli di oggi sono ancora troppo vicini a quel record.
Guardando alla storia della nostra spesa pubblica, una prima conclusione è questa. Gli alti e bassi della spesa (più alti che bassi) dipendono dalla legislazione in essere e dalle grandi forze macroeconomiche che plasmano gli esborsi pubblici. Non dipendono dalle varie spending review, che non hanno mai trovato la forza per passare dalle raccomandazioni alla normativa e all’applicazione minuta. Ma adesso Piero Giarda non è più il professore che si chinava sulla spesa pubblica con l’appassionata pazienza con cui un entomologo studia un formicaio impazzito. Oggi è un ministro cui è affidata la patata bollente della revisione della spesa. Si tratta di passare dalle analisi ai fatti. Ci riuscirà? Anzi, ci riusciranno? – dato che, come si argomenta qui sotto, per passare dalle analisi ai fatti ci vuole, oltre alla valentia intellettuale, anche un coraggio politico che tira dentro la responsabilità collegiale di tutto il Governo e in primis del presidente del Consiglio.
Per capire la difficoltà dell’intrapresa bisognerebbe sfatare due luoghi comuni, che per troppo tempo sono stati propagandati come verità rivelata. Il luogo comune che afferma come in Italia la spesa pubblica sia troppo alta (e quindi, “ovviamente” deve essere tagliata); e quello che afferma come in Italia ci siano troppi dipendenti pubblici. Vediamo il primo: nella spesa bisogna distinguere quella che si può tagliare da quella che non si può tagliare – quella che proviene dal passato, come un peccato originale che non si può cancellare, e quella che appartiene al dominio tagliabile. Nella prima bisogna contare gli interessi, che dipendono dal debito formato nei decenni trascorsi; e bisogna contare le pensioni in essere. L’Italia ha la spesa pensionistica più alta fra i Paesi avanzati, e per tenerla sotto controllo abbiamo fatto riforme “al margine”, cioè riforme che giustamente tendevano a contenere, al limite dell’iniquità, gli esborsi futuri (tanto che oggi abbiamo un sistema pensionistico sostenibile, a differenza di tanti altri Paesi). Non abbiamo, per ovvie ragioni, tagliato le pensioni in essere, almeno nei valori nominali (anche se tanti pensionati, e senza fallo quelli da 80mila euro in su, ricevono più dei contributi che hanno versato). Ebbene, se togliamo dalla spesa pubblica italiana l’ombra del passato, quello che rimane è la quota di spesa più bassa fra i Paesi dell’euro (e non solo dell’euro, come si vede dal grafico). Un confronto che fa riflettere, dato che l’Italia è invece un Paese che avrebbe bisogno, più di altri, di molta (e buona) spesa pubblica: per la conformazione orografica (costa di più fare le strade), il dualismo territoriale (più trasferimenti), le piaghe sociali (criminalità organizzata), e ancora: il dissesto idrogeologico, l’addensamento demografico, l’inquinamento, l’immenso patrimonio artistico da conservare…
Secondo luogo comune: i dipendenti pubblici italiani sono troppi. Sarà, ma se confrontiamo, per esempio, il rapporto fra i dipendenti pubblici e i loro “clienti” (la popolazione) vediamo che questo rapporto è più basso in Italia che in America, tempio del capitalismo (5,8% in Italia, 6,4% in America – stime 2011).
Molti obietteranno: ma come si conciliano questi dati con l’evidenza di tanti sprechi, tante malversazioni, tante fannullonerie, tanti costi scandalosi…? Le due cose non sono incompatibili. Vuol dire che la spesa che c’è è di bassa qualità. Allora, eliminando quegli sprechi si possono ottenere più risorse? Sì, ma attenzione alle implicazioni. Per risparmiare bisogna ripensare tutta l'”organizzazione industriale dello Stato”, specie per quanto riguarda il territorio: accorpare i Comuni, imporre consorzi obbligatori, abolire le Province, commissariare tutta la sanità al Sud… Per tagliare non basta ridurre gli stanziamenti. Bisogna agire a monte, ci vogliono riforme radicali delle istituzioni, delle procedure, dello statuto dei dipendenti pubblici, dei poteri dei capufficio e dei direttori…
È possibile fare tutto questo senza consenso sociale? Si parla molto dell’antipolitica, ma è ancora più diffusa l’anti-amministrazione, la lamentela sulla scarsa qualità dei servizi pubblici. Per dare il codice fiscale a un neonato – una procedura che nei Paesi civili si può fare per posta od online – a Roma bisogna andare per tre giorni a un’Agenzia delle entrate alle 7 del mattino e fare una fila di ore. Se queste cose non esistessero, se i cittadini apprezzassero i servizi che ricevono, se i parlamentari, invece di discettare di convergenze parallele e geometrie variabili, si fossero preoccupati di più dell’amministrazione quotidiana della cosa pubblica, la spietata revisione della spesa che è in agenda sarebbe più facile. Caro Piero, auguri.

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