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Speranza rilancia la linea dura. «Non è il momento di riaprire»

Roberto Speranza è la prudenza fatta persona, il ministro del rigore assoluto. Eppure al Senato e poi alla Camera, dove ha spiegato la filosofia del Dpcm che sarà in vigore dal 6 marzo al 6 aprile, ha portato un messaggio di «ragionata fiducia» sul futuro dell’Italia, che rischia di piangere presto la cifra choc di centomila morti. «Sconfiggeremo il virus» assicura il responsabile della Salute, che vede finalmente «una luce in fondo al tunnel». Ma non è ancora il momento di abbassare la guardia.

L’indice Rt «si avvia a superare la soglia di 1», il numero di persone contagiate aumenta costantemente «in modo sempre più significativo» e si riempiono le terapie intensive. Gli ospedali rischiano di tornare in sovraccarico e non è dunque, questo, il momento di parlare di riaperture. Piscine, palestre, cinema, teatri e ristoranti la sera resteranno chiusi, l’unica concessione che il governo fa a chi preme per la ripartenza è comunicare con anticipo le misure e promettere ristori subito.

Linea dura quindi, rafforzata dalla sentenza con cui la Corte costituzionale, accogliendo il ricorso del governo contro la legge anti-Dpcm della Valle d’Aosta, ha stabilito che «spetta allo Stato, non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia». Il governo Draghi, è il messaggio politico di fondo, «si muove nel solco della linea europea di prudenza, cautela e primato della difesa del diritto alla salute» e smarcarsi sarebbe «un grave errore». Ma il dialogo con le Regioni resta aperto, prova ne sia il «tavolo tecnico» con il ministero della Salute e l’Istituto superiore di Sanità.

Serve ancora uno sforzo, è il messaggio del ministro, che sprona a non «perdere mai la memoria dei mesi alle nostre spalle». E qui Speranza puntella i suoi ragionamenti con i numeri, i 6.237 contagiati del 20 marzo (con una capacità di fare tamponi allora molto ridotta) e i 237 casi al giorno di luglio, dopo il primo e unico lockdown italiano. Poi le riaperture e il balzo dei positivi, fino a toccare a settembre la media di 10.000 casi al giorno: «Tutti gli studi ci dicono che c’è un rapporto molto stretto tra l’andamento della curva del contagio e le misure di contenimento».

Prudenza, dunque, perché la variante inglese colpisce ormai nel 17,8% dei casi e corre fino al 40% più veloce del ceppo originario. Ragione in più per «alzare il livello di guardia». L’unica buona notizia è che questa variante «non compromette l’efficacia dei vaccini», come invece potrebbe accadere con le varianti brasiliana e sudafricana, ancora più insidiose. Le mutazioni del Covid hanno colorato di rosso 25 zone in 5 regioni e Speranza si dice certo che queste misure siano «indispensabili». Le misure comportano sacrifici, lo sa lui e lo sa Draghi, che ha fatto della battaglia contro le conseguenze economiche della pandemia un pilastro della sua agenda. Da qui la promessa di «congrui ristori per quelle attività economiche e imprenditoriali che stanno pagando a caro prezzo le misure di contenimento». I soldi arriveranno sia per gli esercizi chiusi con le ordinanze nazionali, sia per quelle «subregionali», firmate dai governatori.

Per percorrere l’«ultimo miglio» Speranza invoca unità, chiede ai cittadini di rispettare le «buone pratiche» e ai partiti di silenziare le polemiche. I vaccini non arrivano, è vero, ma il ministro di Leu assicura che «i ritardi di alcune forniture» non cambieranno l’esito della partita: «Il Covid, con il progressivo aumento delle consegne dei vaccini, è destinato a essere arginato». Ora l’obiettivo fondamentale è accelerare la campagna, perché il vaccino deve essere un diritto accessibile a tutti e non un privilegio di pochi. «L’Italia non si rassegna alla riduzione delle dosi» e il governo, con la Ue, sta «esercitando il massimo di pressione» nei confronti delle aziende produttrici. Tre gli obiettivi. Mettere in sicurezza il personale socio sanitario, le Rsa e i cittadini sopra gli 80 anni. Dare la massima attenzione alle persone fragili. E vaccinare il personale scolastico.

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