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Spending review, risparmi dimezzati

ROMA – Gli sconti fiscali non si toccano. I ministeri sono in trincea, ognuno a difendere il suo budget. Sulle forniture della pubblica amministrazione si può spingere ma non troppo, perché poi bandi e gare hanno i loro tempi. E alla fine ad essere tagliati saranno soprattutto i tagli, con una spending review dimezzata rispetto agli obiettivi iniziali. La revisione della spesa pubblica è uno dei capitoli che fa ancora girare il pallottoliere del disegno di legge di Stabilità, in arrivo nel consiglio dei ministri di domani. Le sorprese sono sempre possibili, lo saranno fino a quando arriverà il via libera formale del governo. Ma le quotazioni di ieri sera davano una spending review del valore di circa 5 miliardi di euro. La metà dei 10 che il governo aveva messo in preventivo all’inizio, anche se da qualche giorno l’asticella era già stata abbassata a quota 7. Comunque lontanissimo da quei 12 miliardi di euro fissati nel progetto dell’ex commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli. Da dove saranno ricavati i 5 miliardi?
Circa un miliardo e mezzo arriverà dalle forniture della Pubblica amministrazione, con la riduzione delle centrali d’acquisto da 32 mila a 35: a patto che entro la fine dell’anno vengano definite davvero le categorie merceologiche e di prezzo che impongono di passare per il nuovo sistema. Altri due miliardi dovrebbero essere garantiti dal minore aumento dei fondi per la Sanità, anche se la partita non è chiusa. Un altro miliardo e mezzo dovrebbe arrivare dai ministeri, la partita più difficile. I tagli saranno semi lineari. Cosa vuol dire? Non saranno uguali per tutti. Considerando il budget dell’intera amministrazione centrale, il ministero dell’Economia ha individuato 10 miliardi di spesa «aggredibile». E poi ha chiesto a ogni ministero una diversa percentuale di riduzione. È qui che le cifre ballano di più. In media la riduzione è del 3%, ma ci sono alcuni ministeri che potrebbero cavarsela con una taglio più basso: Difesa, Sviluppo Economico, Agricoltura, Ambiente. Altri che finirebbero per pagare di più, fino all’8%.
In teoria proprio da questo capitolo il governo potrebbe ricavare maggiori risorse. Anche all’ultimo momento, cambiando un numeretto a consiglio dei ministri in corso. Ma il clima non è semplice. E i risultati inferiori alle attese hanno portato un certo malumore tra chi si occupa della materia. Qualche giorno fa uno dei due commissari alla revisione della spesa pubblica, Roberto Perotti, ha messo sul tavolo le proprie dimissioni. Il presidente del consiglio gli ha chiesto di rimanere, con la promessa di una stretta agli ingranaggi che finora non hanno funzionato come sperava il professore della Bocconi: certezza dei tempi, chiarezza sugli interlocutori all’interno dell’amministrazione, un input politico vero, capace di vincere le inevitabili resistenze. Per il momento Perotti è rimasto al suo posto, poi si vedrà. Per bilanciare il minor peso della spending review , oltre al gettito del rientro dei capitali, il governo spingerà un po’ più in alto la leva del deficit. Con la certezza, dopo l’approvazione di ieri alla modifica della Costituzione, di avere in tasca anche quello 0,1% di flessibilità già messo in conto per la clausola delle riforme. E con il rinvio della modifica alle regole sulle pensioni, che non sarebbe piaciuta a Bruxelles. Sul punto Matteo Renzi dice che il governo è «pronto a chiudere in pochi mesi. Ma non vogliamo fare pasticci: con l’Inps faremo un grande lavoro per coinvolgere gli interessati». Comunque se ne parla l’anno prossimo.

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