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«Spending review, parziale insuccesso»

Prima concede l’onore delle armi alle manovre di Matteo Renzi che per la ripresa hanno puntato a incrementare il reddito delle famiglie e a ridurre gli oneri sulle imprese, ma anche a rilanciare gli investimenti pubblici. Poi però cambia musica e mette sull’avviso: la spending review s’è risolta fin qui in un «parziale insuccesso». Col difetto di aver badato all’equilibrio dei conti – e con risultati imponenti – ma non alla qualità e quantità dei servizi che «il cittadino può e deve aspettarsi dall’intervento pubblico cui è chiamato a contribuire». Come una scure, invece, sui diritti dei cittadini è calato un «progressivo offuscamento». E un federalismo da “regione che vai, servizi che trovi”. La Corte dei conti inaugura l’anno giudiziario 2106 davanti al capo dello Stato, Sergio Mattarella, e non rinuncia a indicare rotta e prospettive per i conti pubblici in un delicato ciclo economico dove il quadro è «cambiato bruscamente».
Il presidente della magistratura contabile, Raffaele Squitieri, non ha nascosto ieri quanto incerto sia ancora il cammino per uscire dal tunnel e imboccare la discesa del rilancio. Sebbene l’Italia sia uscita dalla recessione, ha detto, il futuro resta incerto nel nuovo scenario internazionale. Col rischio della miscela esplosiva bassa crescita-inflazione ai minimi storici, particolarmente grave per un Paese impegnato nel riequilibrio dei conti e nella riduzione del debito sovrano.
Il riequilibrio della finanza pubblica, ha infatti sottolineato Squitieri, «resta impegnativo». E in questo senso s’impone «con forza» la questione dell spending review. «Nel periodo successivo all’esplosione della crisi mondiale – ha riconosciuto – la dinamica della spesa pubblica in Italia ha subìto una netta decelerazione». Che tuttavia, «per alcune componenti di spesa, s’è risolta persino in una riduzione assoluta dei livelli» rispetto al passato. Ma, ha aggiunto, per la Corte dei conti «il parziale insuccesso o, comunque, le difficoltà incontrate dagli interventi successivi di revisione della spesa sono anche imputabili ad una non ottimale costruzione di basi conoscitive sui contenuti, sui meccanismi regolatori e sui vincoli che caratterizzano le diverse categorie di spesa oggetto dei propositi di taglio». Insomma, s’è sbagliato. Finendo col dare enfasi alla «priorità dell’equilibrio dei conti», e con risultati («importanti a livello di dati aggregati») che «nascondono i segni delle rigidità e delle difficoltà» delle misure scelte. E perdendo di vista la qualità-quantità dei servizi da rendere ai cittadini-contribuenti, i destinatari degli interventi pubblici che pure finanziano. Con le regioni, per sovrappeso, chiamate a tagliare, creando una vera e propria anarchia di modelli di accesso e di servizi agli italiani.
Spending da rivedere, insomma. Ma non certo da mandare in soffitta. Con tutti i dubbi del caso, però. Perché i margini di risparmio sulla spesa, ha ricordato il presidente della Corte dei conti, nei prossimi anni saranno limitati. Proprio quando si dovrà affrontare di petto il macigno del carico fiscale.E mentre i margini di flessibilità «acquisiti in sede Ue sono stati interamente utilizzati nella manovra 2016». Un puzzle nel puzzle.
Parole, quelle di Squitieri, che hanno subito innescato una coda di reazioni politiche. Con accuse al Governo da parte delle opposizioni. E un chiamarsi fuori causa da parte della maggioranza: «Sono cose del passato». Mentre il viceministro dell’Economia, Enrico Zanetti, ha ricordato che la spending review ha fruttato in 2 anni ben 25 mld, «non esattamente noccioline». Non senza accusare la Corte dei conti di fare «considerazioni generali e astratte», anziché essere efficace a contrastare «specifici e concreti sprechi».
Non troppo sugli scudi sono invece finite altre considerazioni fatte ieri dalla Corte dei conti. Come lo scandalo sempre vivo delle partecipate. O la promozione espressa per l’accorpamento delle stazioni appaltanti. Ma anche le denunce che ancora una volta hanno riguardato le aree a rischio della Pa. Sempre le stesse: appalti, sanità, gestione del personale, frode di fondi europei, consulenze esterne e promozioni fuorilegge, mancata riscossione di entrate, servizi sanitari abbandonati, danno ambientale, gestione del patrimonio. E corruzione, tangenti. Perché la «mala gestio», ha ricordato il Pg Martino Colella, è sempre viva e lotta sempre insieme a noi.

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