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Spence: “La Merkel non cederà il rigore resta la sua bandiera”

ROMA — «L’auspicio che uscirà con più rilevanza dal G8 sarà probabilmente un richiamo alla trasparenza: troppe vicende inquietanti, dal
datagateai paradisi fiscali, richiedono una parola forte da parte dei leader del mondo». Michael Spence, Nobel per l’economia nel 2001, docente alla New York University, arriva oggi in Italia per partecipare alla Summer School dell’Istituto Iseo, il think-tank fondato da Franco Modigliani. Dalle rive del lago lombardo seguirà il summit «senza troppe aspettative anche se il confronto sulle politiche di  austerity che compromettono la ripresa in Europa sarà più franco del solito. Per crescita e occupazione, il nodo resta quello».
Sarà la volta in cui Obama otterrà dalla Merkel un allentamento del rigore?
«Non sarà facile trovare le parole giuste perché la cancelliera è in campagna elettorale. E obietterà che per i tedeschi l’austerity non è solo quella fiscale: è una politica del lavoro basata sulla flessibilità, sul contenimento degli aumenti salariali, sulla sensibilità verso i giovani, sulla rapidità nell’adattarsi ai cambiamenti globali e modificare le proprie regole. Tutto ciò che in Germania hanno conseguito con le riforme del 2003 e 2006. Altro che sole tasse. Non dimenticate che anche in America stiamo provando
un bel po’ di austerity per ridurre il deficit. La politica espansionista di Obama, che ha contribuito ad uscire dalla crisi pur con altri fattori, e pur non essendo la crescita attuale nulla di entusiasmante, è in realtà finita già nel 2010».
Insomma l’America non è nella miglior posizione per dare lezioni. Ora però è la volta del Giappone a provarci…
«Sì, con esiti da verificare. Le tre “frecce”, come le chiama Abe, entreranno nelle discussioni del G8: la prima è il raddoppio della base monetaria, la seconda gli accomodamenti fiscali, ma la terza è quella cruciale, cioè le riforme strutturali. È qui che si gioca la vera partita, e deve ancora cominciare. Non a caso la Borsa dà segnali di volatilità. Ci accompagneranno a lungo».
Ma di guerra della valute si parlerà?
«Lo yen così debole, se è vero che aiutando il Giappone a riprendersi restituisce al pianeta un player fondamentale, rende tutti nervosi. La Bank of Japan si è impegnata a non comprare asset stranieri tipo titoli del Tesoro americani o tedeschi, perché non costituisca riserve abnormi come Cina e India, ma resta una sorvegliata speciale».
E l’accordo di libero scambio Usa-Europa che sembra debba nascere da questo summit? Dobbiamo crederci?
«Non credo. I francesi hanno aperto le ostilità con l’exception culturelle, l’America ha preannunciato una serie di esenzioni, insomma non si parte con i migliori auspici malgrado la buona volontà di Obama».
Lo scandalo dei dati sarà “alto in agenda”. Quanto è forte in America l’impressione per tutto quello che sta venendo fuori?
«Fortissimo, così come la richiesta di trasparenza. Perfino i membri del Congresso non erano a conoscenza di tutta la verità. E’ un grande
choc».

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